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MICHEL COLLON E GREGOIRE LALIEU INTERVISTANO MOHAMED HASSAN

Dalla serie “Comprendere il mondo musulmano”: l’Iran

La minaccia iraniana tuona alle porte dell’occidente? Le elezioni sono state truccate? Quali sono stati i veri giochi di potere? Perché gli Stati Uniti hanno sostenuto il movimento d’opposizione?
Per il nostro dossier “Comprendere il mondo musulmano”, Mohamed Hassan risponde a queste domande. Lo specialista chiarisce le differenti forze che si affrontano in Iran, il perché Ahmadinejad occupi le prime pagine dei giornali e come la repubblica islamica peserà sull’avvenire dell’indebolito impero USA.

I media ci dicono che l’Iran e’ una grande minaccia. A riprova di questo, le dichiarazioni di Ahmadinejad su Israele e il suo programma nucleare. L’Iran è realmente un paese pericoloso?

Innanzitutto, dovete sapere che questo famoso programma nucleare è iniziato all’epoca del regime precedente, quello dello Shah. Con il sostegno degli Stati Uniti! In più, viene condotta una campagna dagli oppositori di Ahmadinejad all’interno e all’esterno del paese, sostenendo che l’Iran voglia entrare in guerra con Israele. E’ falso. L’ Iran non vuole entrare in conflitto con nessuno. Vuole solamente affermare la sua sovranità nazionale. La sfida nucleare deve essere affrontata da questa prospettiva. Per il popolo iraniano, è una questione di diritto all’autodeterminazione.

Ma Israele si dice minacciata. Questo perché Ahmadinejad nega l’olocausto, no?

No. Ha riconosciuto che l’olocausto é stato un fatto terribile ma ha soprattutto sottolineato che le persone che hanno commesso questo genocidio non hanno pagato, a differenza dei Palestinesi. Durante la prima guerra mondiale, la Germania ha attaccato i suoi vicini e ne ha pagato il prezzo. Per esempio, il Belgio è stato risarcito dalla Germania. Qual’ è la vera posizione di Ahmadinejad? Egli dice che per stabilire chi sono i responsabili dell’olocausto e farli pagare è necessario studiare questo tragico avvenimento e renderne il dibattito pubblico. Questo elemento essenziale è stato nascosto dalla campagna anti-Ahmadinejad: certi gli pongono domande e poi estrapolano le risposte svincolandole dal contesto. Inoltre, la questione della responsabilità dell’olocausto è divenuta un tabù. Tutta la propaganda contro Ahmadinejad mira a destabilizzare l’Iran.

Perché?

Noam Chomsky ha spiegato nel suo libro The fateful triangle, come Israele, all’epoca dello Shah, volesse costruire un’alleanza con l’Iran, la Turchia e l’Etiopia per spezzare il nazionalismo arabo nella regione. Oggi, Israele, vorrebbe che l’Iran fosse diretta da un governo compiacente. L’obbiettivo immediato della campagna contro Ahmadinejad, è quello di far cessare le relazioni tra Iran da una parte e Hezbollah e Hamas dall’altra. Questo consoliderebbe la posizione di Israele sotto due fronti. Prima di tutto, i paesi filoccidentali della regione, in buoni rapporti con Israele (come Egitto o Giordania) risulterebbero più forti. Inoltre, in Palestina, la posizione di Abbas sarebbe consolidata e gli elementi che resistono a Israele sarebbero indeboliti. Ecco le ragioni della campagna israeliana contro Ahmadinejad.

La questione palestinese e il programma nucleare non sono serviti a Ahmadinejad come pretesti elettorali per radunare la popolazione intorno a sentimenti nazionalisti?

Questo è ciò che hanno sostenuto certi oppositori di Ahmadinejad durante la campagna. Certamente, il popolo iraniano, che ha sopportato le privazioni sotto lo Shah, solidarizza con i palestinesi. Ma questo non poteva essere un elemento cruciale per determinare il risultato delle elezioni: non è certo la Palestina che darà lavoro e cibo agli iraniani. In effetti, la visione politica di Ahmadinejad poggia sullo Stato, che secondo lui, dovrebbe controllare tutto. E’ per questo che è stato eletto da lavoratori, contadini e operai delle città: queste persone beneficiano dell’intervento dello Stato e della sua politica economica. Di contro, i riformisti come Moussavi (sostenuto dall’Occidente) non sono d’accordo con questa visione.

Qual’ è la loro posizione?

Questi riformisti provengono da quella che viene chiamata la “borghesia del Bazar”, una borghesia che esiste da molto tempo nei paesi islamici. E’ composta da produttori artigianali associati ai contadini. All’epoca dello Shah, la borghesia del Bazar non era così importante. Il paese, infatti, era dominato dalla borghesia compradora, che utilizzava l’apparato dello stato e le finanze del governo per commerciare con i paesi imperialisti attraverso l’import-export. I compradori non producevano niente, non facevano altro che vendere dei prodotti. E’ per questo che l’economia iraniana era molto dipendente dalle forze straniere.

A quell’epoca la borghesia del Bazar non era sostenuta dai compradori, dal momento che non aveva capitali né tecnologia. Ecco perché essa ha sostenuto Khomeini durante la rivoluzione islamica del 1979. Il sistema economico iraniano fu anch’esso trasformato e con lo sviluppo della borghesia del Bazar a detrimento di quella dei compradori, il paese passò da uno statuto neocoloniale a un modello indipendente.

Gli esponenti della borghesia del Bazar videro nella rivoluzione un’opportunità per usare capitale statale e per fare molti soldi. E oggi alcuni di loro sono miliardari! I riformisti come Moussavi, Rafsandjani o Khatami, provengono da questo gruppo. Li chiamiamo “riformisti” non perché abbiano delle idee progressiste ma perché vogliono cambiare il sistema economico attuale, riducendo l’intervento statale a favore di una maggiore privatizzazione. Questo permetterebbe ad alcuni di loro di divenire ancora più ricchi, dal momento che l’Iran rappresenta un mercato enorme. Questa è stata la principale posta in gioco delle ultime elezioni e come ho detto, la maggior parte degli iraniani, che beneficiano dell’intervento dello stato, ha scelto Ahmadinejad invece del “riformista” Moussavi.

Secondo lei queste elezioni non sono state manipolate?

Assolutamente no. L’idea che siano state truccate viene dalla propaganda condotta per marginalizzare Ahmadinejad e piazzare in Iran un governo filoccidentale. Basta analizzare certi elementi per vedere come la possibilità di un broglio non possa essere presa davvero sul serio. Innanzitutto, la fondazione Rockfeller ha finanziato una ONG per realizzare un sondaggio di opinione, due settimane prima delle elezioni: Ahmadinejad veniva dato come vincitore tre a uno. In secondo luogo, i nostri media non hanno mai mostrato i dibattiti organizzati durante la campagna in Iran: chiunque avrebbe potuto vedere che si trattavano di dibattiti molto aperti e avrebbe potuto capire meglio perché Ahmadinejad sia stato eletto dai lavoratori. Terzo, ci dovremmo domandare: chi sono coloro che pretendono che ci sia stato un broglio elettorale in Iran? Perché gli Stati Uniti non si interessano alla democrazia negli Emirati? Perche’ non c’è una mobilitazione contro l’Afghanistan dove le elezioni sono state manifestamente truccate? Ecc.

Per rispondere a queste domande, dobbiamo capire che secondo gli interessi imperialisti, vengono formulate delle certificazioni per stabilire dove avvengono buone elezioni e dove quelle cattive. Infine, il popolo iraniano ha assistito a quello che le forze imperialiste hanno fatto in Iraq, Afghanistan e Pakistan. Altra ragione che ha portato gli iraniani a scegliere Ahmadinejad, è il fatto che voglia costruire una alleanza anti-imperialista con paesi come Cina o Russia. Per contro, i riformisti, considerati più “pragmatici”, sono di fatto vicini a stabilire buone relazioni con i paesi imperialisti per commerciare con loro.

Hillary Clinton, ha recentemente ammesso che gli Stati Uniti abbiano incoraggiato il movimento di opposizione iraniano dopo le elezioni. Ma questa non è la prima volta che Washington interviene nella politica iraniana, non è così?

Nel 1953, in effetti, la CIA fece cadere il primo ministro iraniano Mossadegh. Era stato eletto per le sue idee nazionaliste e progressiste. Nel 1951, aveva nazionalizzato l’industria del petrolio, provocando la collera degli interessi inglesi nella regione. Un’ operazione orchestrata dalla CIA lo rimpiazzò con Mohammad Reza Pahlavi, lo Shah, che per molto tempo difenderà gli interessi imperialisti nella regione.

Per gli Stati Uniti, era importante avere un alleato in Iran; dal momento che il Golfo era stato dominato per molto tempo, dall’Impero britannico. Dopo gli anni ’60, però, quest’ultimo declinò e gli inglesi non ebbero più i mezzi per finanziare le proprie posizioni strategiche in questa regione. Così quando lasciarono il Golfo, gli Stati Uniti temevano sia l’influenza dei sovietici sia che il nazionalismo arabo ne avrebbe approfittato per rafforzarsi. E’ per questo che Washington utilizzò lo Shah per controllare la regione e difendere i propri interessi. Lo Shah approfittò dei soldi del petrolio per costruire una enorme forza militare e dei servizi segreti solidi e spietati: la Savak. In quel momento due erano le forze che si scontravano nella regione: i rivoluzionari, che acquisirono sempre più legittimità agli occhi delle masse, come il governo di Nasser o la rivoluzione repubblicana nello Yemen; sul fronte opposto, i filo imperialisti come il regime saudita wahhabita, il governo del Kuwait o la Giordania. La dittatura militare stabilita dallo Shah, con il sostegno degli Stati Uniti, contribuì decisamente alla vittoria delle forze filo imperialiste.

Qual’era la situazione in Iran sotto la dittatura dello Shah?

Il popolo iraniano soffrì molto questo regime. Come ho già detto, il paese era dominato dalla borghesia compradora, guidata da monarchici feudatari e da un regime militarista, in uno stato semi coloniale senza la minima prospettiva di costruire un’industria nazionale. La borghesia, dal canto suo, era troppo debole e la maggioranza della popolazione era composta da contadini, piccola borghesia, e proletariato. Le differenze sociali erano enormi. Alcuni erano ben più ricchi di quanto si potrebbe vedere a Beverly Hills; all’opposto molti iraniani non avevano mai visto il colore di una scarpa. E fu per questo che la maggioranza della popolazione iraniana sostenne la rivoluzione islamica del 1979 che rovesciò lo Shah. Le sfide tra le diverse classi sociali, sono queste in effetti, l’unico modo per comprendere l’Iran prima e dopo la rivoluzione.

Come avvenne la rivoluzione? Come è cambiato l’Iran?

Naturalmente, a causa delle enormi differenza tra le classi sociali, i partiti e le associazioni volevano cambiare regime. Per molto tempo il partito più importante è stato quello comunista il “Toudeh”. Lo Shah li ha vigorosamente combattuti ma il suo più grande errore è stato probabilmente quello di lasciar sviluppare l’Organizzazione dei Moudjahiddines del Popolo Iraniano (OMPI). Esso si ispirava alla teologia della liberazione (dell’America Latina), combinando un’analisi marxista delle classi con il pensiero islamico. Lo Shah pensava che se un gruppo avesse portato una nuova teoria mescolando Marx e Islam, l’influenza del suo principale nemico, il comunismo, sarebbe declinata. Ma l’OMPI era nella sostanza, ben più di un partito visto che gli aderenti avevano una precisa visione, come i sandinisti del Nicaragua. Sono divenuti popolari e molto forti. Allo stesso tempo, però, per riuscire a rovesciare lo Shah, gli mancava un leader. E’ per questo motivo che vollero servirsi di Khomeini (allora esiliato in Francia), essendo capo religioso carismatico e anti imperialista. Ma Khomeini aveva una sua propria visione. Così, quando lo Shah fu deposto, Khomeini affermò da subito la sua ideologia e prese il potere. Questo creò delle tensioni con i Moudjahiddines del popolo. I due campi si affrontarono e alla fine Khomeini si impose dal momento che beneficiava del sostegno della borghesia del Bazar.

Qual’era la visione di Khomeini?

Per Khomeini, era al popolo del terzo mondo, oppresso dall’imperialismo, che bisognava ridare il potere. Voleva creare un fronte unito dei popoli e sostenne ad esempio i sandinisti del Nicaragua. In questo modo l’Iran passò da una posizione di stato neocoloniale a uno indipendente. La prima misura adottata dal governo fu quella di nazionalizzare il petrolio, proprio come aveva già fatto Mossadegh. Khomeini cambiò anche il sistema politico dittatoriale dello Shah, dichiarò che fosse necessario un parlamento e qualcuno per controllarlo sulla base della religione e dell’indipendenza nazionale: la Guida suprema.

Dal momento che la candidatura alle elezioni deve essere approvata dalla Guida Suprema, è possibile considerare il sistema politico iraniano davvero democratico?

La definizione di democrazia è già di per sé una grande questione. In Iran c’è una democrazia di tipo occidentale ovvero una democrazia dello Stato borghese? Naturalmente no. La Guida Suprema controlla il sistema politico iraniano ma sarebbe ingenuo credere che le elezioni dei paesi occidentali siano esempio di una democrazia migliore. Le elezioni si svolgono sulla base delle forze che si trovano dietro ai partiti e che non si vedono direttamente. L’Iran, da parte sua è una repubblica islamica e tutti i partiti devono dunque basarsi sulla religione. I partiti laici sono visti come un’invenzione dell’occidente che potrebbe dividere il popolo e minacciare la sovranità nazionale del paese.

E’ esattamente questa indipendenza iraniana che frustra i paesi imperialisti. Essi non hanno alcun problema con il fatto che l’Iran sia uno Stato islamico. L’Arabia Saudita è un Stato islamico dove non vi sono elezioni e per i paesi imperialisti non è certo un problema dal momento che l’Arabia Saudita è un paese amico. La questione è che l’Iran ha una visione indipendente della proprio sovranità nazionale. Immaginiamo che Ahmadinejad abbandoni questa visione dell’indipendenza nazionale e adotti un sistema dove gli interessi imperialisti siano difesi come in Arabia Saudita: riceverebbe certamente il Premio Nobel!

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[Brigata Anti-proliferazione nucleare:
Basta Vanunu*! Non vede che siamo molto occupati?
Queste? Sono delle salsicce kacher giganti….

*l’ingegnere israeliano condannato a 18 anni di prigione per aver rivelato l’esistenza di un programma di armamento nucleare israeliano.
© Khalil Bendib, diritti riservati.]

Alcuni giorni fa, Zbigniew Brzezinski, consigliere di Obama, ha dichiarato che se Israele decidesse di attaccare l’Iran, gli Stati Uniti dovrebbero intercettare i loro bombardieri. Non è sorprendente?

Brzezinski constata che gli Stati Uniti sono stati gravemente indeboliti sia sul piano economico che militare, per due ragioni. Innanzitutto i neoconservatori, quando sono arrivati al potere, hanno utilizzato l’11 settembre come un pretesto per fare guerra e hanno trasformato l’insieme del mondo mussulmano in un nemico. E questo atteggiamento era da pazzi e controproducente per gli Stati Uniti. Inoltre, l’invasione dell’Iraq è stato un grave errore: non ha rafforzato gli Stati Uniti ma li ha, invece, fatti precipitare in guai seri.

In questo contesto, Brzezinski cerca di trovare delle soluzioni tutte rivolte all’obbiettivo più importante per il suo paese e che consiste nel contenere lo sviluppo del suo principale rivale: la Cina. Una parte di questa soluzione consiste nel rafforzare la Nato, dal momento che questo istituto può dare risposte ai problemi dell’Occidente e soprattutto degli Stati Uniti. E’ per questo che Brzezinski ha approvato la proposizione di Gran Bretagna, Germania e Francia di tenere una nuova conferenza internazionale sull’Afghanistan: è fondamentale che la Nato non conosca una disfatta afghana come l’hanno vissuta i sovietici, dal momento che la Nato è la sola chiave che permetterà agli Stati Uniti di giocare un nuovo ruolo importante nel mondo.

Un’altra parte della soluzione riposa sui nuovi partenariati per costruire un’ alleanza più forte contro la Cina. In quest’ottica, Brzezinski pensa che la politica nei confronti dell’Iran in particolare ma anche di altri paesi musulmani e della stessa Russia, non dovrebbe essere aggressiva. Dovrebbe invece basarsi sul dialogo e non piegarsi alla propaganda sionista di Israele.

Ecco spiegato il discorso di Obama al Cairo. Gli Stati Uniti devono convincere musulmani, induisti e la borghesia russa che hanno più interesse ad allearsi con le forze occidentali piuttosto che con la Cina. E’ per questo che Brzezinski ha detto che la collera dei paesi che erano stati considerati dei nemici dall’amministrazione Bush, dovrebbe ora essere presa in considerazione. Questi paesi dovrebbero avere il diritto di utilizzare le proprie risorse. Le ragioni di questo cambiamento politico sono chiare: gli Stati Uniti devono impedire a questi paesi di costruire un sistema mondiale alternativo, per poterli invece mantenere in un sistema dominato da Washington.

Questo è il segno che le relazioni tra Stati Uniti ed Israele non sono più così buone?

Innanzitutto, non è certo Israele che decide la politica degli Stati Uniti. E’ la borghesia americana che decide. Ma c’è una questione: esiste una profonda divisione in seno all’imperialismo USA. Avete una prima corrente arretrata che persiste nel credere che si possa ancora continuare sulla via militare. Ma non è realistico: il paese va conoscendo un problema demografico e uno scontro militare con la Cina sarebbe perso da subito. L’altra posizione, e su questo fronte trovate Brzezinski e Obama, è consapevole che bisogna dare prova di tattica e mostrarsi realistici per mantenere l’egemonia USA. Dicono: “Dobbiamo conoscere la nostra forza e i nostri limiti e lavorare su questo, per essere certi che la nostra potenza non sia percepita in modo negativo ma positivo. La nostra forza deve servire da garanzia per i nostri partners”.

Gli Stati Uniti hanno sicuramente dei forti legami con Israele ma la sfida euro-asiatica (il controllo dell’Eurasia) è più importante: è su questo che si deciderà il futuro dell’umanità. Brzezinski dunque vuole controllare la marmitta. Sa che la temperatura di questo calderone deve essere decisa da cuochi sapienti e non da lunatici. Se infatti la pentola dovesse debordare, scotterebbe tutti e gli Americani verrebbero cacciati dalla regione. Così si spiega la dichiarazione di Brzezinski sui bombardieri israeliani e il fatto che per la prima volta gli Stati Uniti facciano concessioni e autorizzino altre forze occidentali a penetrare nel Golfo. E’ il caso ad esempio della Francia con la sua base militare negli Emirati Arabi Uniti. Ma questo testimonia anche la debolezza nella quale si trovano al momento gli Stati Uniti.

Qualche lettura sull’Iran, raccomandata da Mohamed Hassan:

– The Persian Puzzle, di K. Pollack (consigliere di Clinton e analista della CIA), Brookings Institution, 2004
– Ervand Abrahamian, Iran Between Two Revolutions, Princeton Studies, 1982
– Ervand Abrahamian, The Iranian Mojahedin, Yale University Press, 1989
– Trita Parsi , Treacherous Alliance: The Secret Dealings of Israel, Iran and the United States, Yale University Press, 2007
– Noam Chomsky, Fateful Triangle: The United States, Israel, and the Palestinians, South End Press, 1983.
– Zbigniew Brzezinski, An agenda for Nato, Foreign Affairs, settembre –ottobre 2009
– Michel Collon, Quelle sera, demain la politique internationale des USA?