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Non si può finire per legittimare (anche senza volerlo) violenza e razzismo

di Federico Brusadelli

«Non voglio che i negri mi tocchino. Tutti a casa. Bossi ha ragione». Non era un militante leghista, l’operaio ricoverato per ustioni all’ospedale di Padova, e probabilmente la rabbia e la sofferenza fisica – come ha spiegato chi lo conosce – lo hanno mandato fuori di sé. Ma ha trovato la forza per scendere dal letto e scagliarsi contro l’infermiera congolese – regolarmente assunta, con regolare contratto e regolarmente residente in Italia – che gli era stata assegnata per la notte. Usando, come appiglio, la sua interpretazione personale delle posizioni di Umberto Bossi e della Lega.  È ovvio che né Lega né il suo leader darebbero il minimo appoggio, né la minima giustificazione, a un gesto del genere. Ma il fatto che qualcuno nel suo inconscio, tirato fuori dallo shock e dalla sofferenza, possa costruire un legame tra il leader di un partito politico – per altro parte della maggioranza di governo – e un atto di violenza razzista, è un segnale preoccupante. Ed è lo stesso legame che, almeno così sembra, hanno trovato a Venezia due uomini ubriachi per giustificare la loro aggressione nei confronti di due camerieri albanesi. «Che cazzo vuoi, fammi vedere il permesso di soggiorno». E poi le botte. Sembra che avessero qualche slogan leghista impresso sulle loro camicie verdi.Nessuna responsabilità di Bossi, del suo partito e dei suoi rappresentanti. Questo è ovvio. Ma il punto è un altro, ed è un problema che dovrebbe preoccupare in primis proprio la Lega (un partito, fra l’altro, che del rispetto della “legalità” a tutti i costi ha fatto una bandiera: e la violenza è per sua stessa natura illegale). Il punto è che un partito non può rischiare di trasformarsi – più o meno involontariamente – in un « portatore sano » di intolleranza, in un brand per sponsorizzare il razzismo e la violenza. Le idee politiche non possono diventare lo scudo dietro cui l’imbecille di turno si senta legittimato a dar sfogo alle sue frustrazioni. È un problema serio, che potenzialmente  riguarda tutti i soggetti che fanno politica, sempre e dovunque. Ma, in questo particolare momento, è un problema che riguarda la Lega più di altri. Umberto Bossi non istiga nessuno alla violenza, ci mancherebbe. Ma c’è un rischio: che cavalcando con troppa veemenza gli umori e gli istinti del “popolo”, stimolando le paure che sempre serpeggiano nella società, costruendo fortini per difendere la terra e il sangue, si riempiano le urne ma poi, alla lunga, si scatenino effetti perversi. Perché poi, presa la strada della demagogia (anche se sfumata e ambigua, e anzi forse per questo ancora più insidiosa), non è tanto facile fare marcia indietro: non è semplice, poi,  dire che erano solo slogan un po’ caricati, magari si è esagerato con le provocazioni, erano solo “sparate”, la gente non ha capito, ha preso tutto troppo sul serio. Intanto le parole hanno scavato, nelle teste e nelle pance. E passi se gli slogan, le provocazioni e le “sparate” a fini elettorali riguardavano la secessione con i fucili o la Padania indipendente. Ma se si toccano temi come la dignità umana, i diritti dell’individuo, i fondamenti della convivenza e del rispetto, ecco, in questi casi la situazione si fa più delicata. Se qualche esaltato in camicia verde, o qualche leghista autoproclamato va in giro a menare le mani o dà libero sfogo alle sue pulsazioni razziste non è colpa della Lega né di Bossi. Ma è un problema della Lega e di Bossi. Un problema che devono risolvere con chiarezza. Per non fare la fine dell’apprendista stregone; perché ci vuole poco a perdere il controllo della situazione; perché, purtroppo, c’è sempre chi è alla ricerca di legittimazioni per i propri gesti insensati e violenti. E a fornirgliele non può essere – neanche alla lontana, neanche indirettamente – chi rappresenta le nostre istituzioni.