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di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo

Ancora una volta, dopo qualche giorno di commozione per le vittime dell’ultima tragedia dell’immigrazione, mentre non si sa nulla di altre imbarcazioni cariche di migranti che, nei primi giorni di settembre, erano state segnalate alla deriva nel Canale di Sicilia, scattano puntuali i processi di rimozione o di mistificazione della realtà. Le alte gerarchie ecclesiastiche, dopo le critiche di una parte importante del mondo cattolico, tanto sul pacchetto sicurezza che sui respingimenti verso la Libia, ricevono con sorrisi e riconoscimento gli esponenti di quella stessa maggioranza che fino a pochi giorni fa li attaccava proprio per il dissenso espresso su questi temi . Giovanni Maria Vian, direttore dell’Osser­vatore Romano, in un intervista rilasciata pochi giorni fa al corriere della Sera è giunto a giudicare «imprudente ed esagerato» l’editoriale di Avvenire sulle stragi di immigrati in mare. Se il direttore dell’Avvenire ha forse ecceduto nel paragonare lo sterminio dei migranti alla Shoah, il comportamento attuale dei vertici della chiesa che ricevono i rappresentanti leghisti del governo ricorda l’atteggiamento del Vaticano nei confronti del fascismo. E molti hanno ancora ben chiare le conseguenze di quella legittimazione di un regime dittatoriale.

I finanziamenti alle scuole private e la chiusura sul testamento biologico e sulla salute riproduttiva della donna costituiscono forse la merce di scambio che si gioca sulla pelle dei migranti e dei richiedenti asilo. La compassione per i cadaveri in mare o per le donne stuprate dalla polizia libica dura appena il tempo di sostituire il direttore (ritenuto peraltro un moderato)di un giornale costretto alle dimissioni e poi si ritorna al solito scambio di visite diplomatiche ed alle rassicurazioni che tra il Vaticano e l’Italia i rapporti vanno benissimo. Quell’Italia che, in mano a Berlusconi ed ai leghisti, continua a trattare Gheddafi come un alleato privilegiato malgrado le violenze e gli abusi ai danni dei migranti detenuti in Libia. Violenze ed abusi documentati che ormai tutti conoscono ma che tanti accettano, ed anzi esaltano, come prova dell’impegno dell’Italia nella “guerra” all’immigrazione “illegale”. Qualcosa di tanto disumano da vergognarsi di essere italiani. Ma che non impedisce alla gerarchia vaticana di ricevere Bossi e Calderoli e di subire in silenzio i loro proclami.

Si nasconde il sostegno dato da Gheddafi al dittatore sudanese, condannato per crimini contro l’umanità ( le stragi in Darfur) dal Tribunale penale internazionale, al dittatore eritreo, ed ai signori della guerra in Somalia. Chi sostiene i carnefici diventa un carnefice. Neppure le foto delle violenze e degli assassini di somali nel carcere di Bengasi, ed i racconti degli orrori a cui nei centri di detenzione libici sono sottoposti i profughi eritrei, scalfiscono il cinico calcolo economico ed il coacervo di interessi oscuri che accomuna alla polizia libica diversi esponenti del mondo politico, economico e culturale italiano. Ed anche l’Italia si avvita in pratiche sempre più disumane. I pattugliamenti congiunti ed i respingimenti collettivi continuano e da maggio sono oltre 1. 500 i migranti riconsegnati dalle unità militari italiani alla polizia libica. I militari italiani che hanno consegnato migranti che chiedevano asilo ed imploravano di non essere sbarcati a Tripoli per essere consegnati alla polizia libica sono altrettanto responsabili dei torturatori che seminano il terrore nelle prigioni e nei centri di detenzione di Gheddafi. Numerose fotografie documentano in modo implacabile come i militari italiani si siano resi responsabili di “trattamenti inumani e degradanti” vietati dalla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo. Di molti di quei migranti respinti dagli uomini in divisa della nostra marina e della guardia di finanza, tra loro anche donne in stato di gravidanza e minori non accompagnati, oggi non si sa più nulla.

I ministri ( Maroni e Frattini in testa), lo stesso Berlusconi, gli apparati di informazione che obbediscono ai loro ordini ( guidati dai nuovi vertici Preziosi e Minzolin), i giornali e le televisioni “di famiglia”, dopo avere colpito e costretto alla difensiva ( o al silenzio) quella parte del mondo cattolico che aveva criticato la politica del governo sull’immigrazione e sull’asilo, si stanno esibendo nel consueto esercizio che alterna allarmismo e rassicurazioni allo scopo di mantenere il consenso elettorale conquistato proprio sfruttando l’emergenza immigrazione. Dopo le paure per la sicurezza, fomentate prima e durante la campagna elettorale, adesso gli stessi responsabili della crisi economica stanno dimostrando “cattiveria” nei confronti dei migranti irregolari, alimentando una “guerra tra poveri” e gli immigrati tutti (compresi i richiedenti asilo) vengono additati come i nuovi “nemici interni”. Colpevoli di sottrarre il lavoro che non c’è e quello che rimane del welfare in Italia, drasticamente tagliato dalla scure di Tremonti e di Brunetta.

Sempre più spesso la questione dell’ingresso dei richiedenti asilo viene confusa con la “lotta all’immigrazione irregolare”, quasi come se ascoltare le istanze di soccorso e di salvataggio costituisse un incentivo o una vera e propria agevolazione dell’immigrazione “clandestina”. Si dimentica, o si nasconde, che l’Italia ha accolto negli anni appena 50.000 titolari di asilo o di altre forme di protezione internazionale, meno di un terzo della Francia e di un decimo della Germania. Però qualcuno ha la “faccia di bronzo” per invocare il sostegno dell’Europa, un sostegno che ben difficilmente potrà arrivare sia per gli egoismi di alcuni stati ( come la Polonia o la Repubblica Ceca, ma l’elenco è lungo), sia per il discredito, se non l’infamia, di cui il governo italiano si è coperto con la prassi dei respingimenti collettivi, vietati da tutte le Convenzioni internazionali. Le vere questioni irrisolte a livello europeo vengono nascoste accuratamente. Né l’Unione Europea, né l’Italia in questo momento, sembrano intenzionate ad aprire canali legali di ingresso per lavoro né intendono adottare un regime unico vincolante ( e non facoltativo come oggi) per le procedure di asilo, a partire dalla cancellazione del Regolamento n. 343 del 2003 (Regolamento Dublino) che addossa sugli stati più esterni il maggior carico nella accoglienza ( e spesso nel salvataggio) di quanti fuggono verso l’Europa.

Adesso sembra che tutte le responsabilità siano dell’Europa e che solo le decisioni delle istituzioni comunitarie possano risolvere il problema della distribuzione dei rifugiati (resettlement) soprattutto con il ricorso alla esternalizzazione delle richieste di asilo nei paesi di transito. Questa è la vera molla che spinge ad invocare il sostegno dell’Europa. Con la scusa di volere sottrarre persone, tra le quali donne e minori, allo sfruttamento dei trafficanti, si vorrebbe affidare all’Unione Europea il compito di finanziare proprio nei paesi di transito ( come la Libia) nuovi sportelli ( forse anche centri di raccolta) per i richiedenti asilo, gestiti magari da organizzazioni internazionali come l’OIM, che già in passato si sono distinte per i modesti risultati conseguiti ( come adesso conferma espressamente Giuliano Amato per giustificare gli accordi da lui sottoscritti nel 2007 per i pattugliamenti congiunti con la marina libica).

Si è giunti all’assurdo di affermare, come blatera da settimane Berlusconi, che in Libia i migranti respinti dall’Italia possono avere accesso alla procedura di asilo, solo perché dal 26 luglio l’ACNUR ha stipulato una convenzione con l’OIM, magari per intervenire in Libia in qualche caso isolato, quando la stessa Libia non ha ancora sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e non consente a nessuno di visitare tutti i ventisette centri di detenzione disseminati nel paese. Siamo veramente curiosi di conoscere quanti migranti potranno richiedere asilo in Libia, ottenere lì il riconoscimento dello status ed entrare in Italia, come ha affermato il Presidente del consiglio. Una ennesima gravissima menzogna da parte di Berlusconi, che sa bene da tempo come una menzogna ripetuta cento volte possa valere più della verità. Anche perché gli italiani, troppi italiani, permettono ed anzi incoraggiano con il loro consenso questo ribaltamento dei fatti e delle regole, persino del diritto internazionale e delle norme comunitarie.

Sembrerebbe comunque che le istituzioni comunitarie, al contrario di quanto auspicato dal governo italiano, si stiano ponendo maggiormente il problema del resttlement (reinsediamento) degli asilanti all’interno degli Stati dell’Unione, mentre procedono con grande cautela ( e lentezza) nell’affrontare il tema del reinsediamento da paesi terzi (come la Libia), molto più delicato dal punto di vista politico e molto più oneroso dal punto di vista economico. I documenti della Commissione Europea dicono cose molto diverse da quelle che vorrebbe far passare il governo italiano. Un progetto ( questo della esternalizzazione delle domande di asilo e del successivo reinsediamento nei paesi europei) che è già fallito in Marocco ed Egitto, paesi dai quali molti richiedenti asilo sono costretti a fuggire perché le autorità impediscono l’accesso alla procedura o strappano i documenti di riconoscimento rilasciati dall’ACNUR, mentre sono appena qualche centinaio i casi di persone che ottengono il riconoscimento di uno status di protezione internazionale. Eppure quei paesi, a differenza della Libia hanno sottoscritto la Convenzione di Ginevra, e sarebbero dunque tenuti a garantirne l’applicazione, mentre invece disperdono, anche verso la frontiera libica o nel deserto al confine con l’Algeria, quanti avrebbero titolo per ottenere il riconoscimento del diritto di asilo. Nessun richiamo ad una maggiore responsabilità dell’Europa o alla esternalizzazione delle procedure di asilo può giustificare la politica dei respingimenti collettivi.

Si invoca l’intervento ( ed il sostegno finanziario dell’Europa, ma quando l’Europa critica la politica italiana dell’immigrazione non resta altro argomento che il ricorso alle minacce ed alle pratiche eversive dell’ordine costituzionale ( interno e comunitario). Ci si indigna, ma si eludono le “richieste di informazioni” della Commissione Europea e persino le decisioni di sospensiva delle espulsioni adottate dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo ( organo del Consiglio d’Europa).

Come i respingimenti collettivi effettuati ai danni di persone salvate da unità militari nel Canale di Sicilia, la pratica dei respingimenti “informali” alle frontiere dell’Adriatico (ai porti di Venezia, Ancona, Bari, Brindisi) viola il diritto a rimanere nel territorio italiano per il tempo necessario per l’accertamento dell’età, per l’esame della domanda di protezione internazionale, per fare valere i mezzi di ricorso. In entrambi i casi si può verificare la violazione dell’ articolo 3 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti della persona, che sancisce, anche per i casi di respingimento, il divieto di “trattamenti inumani e degradanti”, norma che può essere invocata tanto davanti agli organi comunitari che davanti alla Corte Europea dei diritti dell’uomo ed al Comitato per la prevenzione della tortura (CPT).. Ma viene messa in discussione anche la stessa possibilità effettiva di presentare un ricorso individuale alla Corte di Strasburgo. Chi ha presentato un ricorso alla Corte viene incarcerato e sottoposto a pressioni di ogni genere perché ritratti o perché altri non seguano il suo esempio. Le prospettive di condanna dell’Italia a livello internazionale sembrano ancora lontane, possono dipendere da delicati equilibri politici, e questo contribuisce a trasmettere alle autorità militari la certezza della impunità, per quanto gravi possano essere gli abusi commessi.

Sarebbe dunque auspicabile che la magistratura italiana sanzioni gli illeciti internazionali commessi dalle autorità italiane nei casi di respingimento collettivo, perché tali illeciti costituiscono anche violazione del diritto interno, sia delle leggi di ratifica dei Trattati internazionali, che delle disposizioni stabilite a favore dei richiedenti asilo e dei minori non accompagnati. Non basta commuoversi per i migranti abbandonati per settimane a morire di inedia in mare. Occorrerebbe anche che non siano sottoposti a procedimento penale tutti coloro che operano azioni di salvataggio in mare conducendo i naufraghi in un “luogo sicuro”, come imposto dal diritto internazionale del mare. Alcuni processi, come quello intentato a carico dei responsabili della nave tedesca Cap Anamur, o il successivo processo a carico di alcuni pescatori tunisini, accusati nel 2007 del reato di agevolazione dell’immigrazione clandestina per avere salvato decine di naufraghi in acque internazionali, hanno avuto, al di là dell’esito delle sentenze che si attendono per il mese di ottobre, un devastante “effetto annuncio”. Sono sempre più numerose le testimonianze di migranti che raccontano di imbarcazioni civili che non si fermano per prestare soccorso, come è avvenuto da ultimo nel caso della tragedia dei 73 eritrei morti due volte, prima per inedia e poi “cancellati” dalle vergognose affermazioni del Ministro dell’interno che ne ha addirittura negato l’esistenza a bordo del gommone. Almeno in questo caso le fotografie diffuse da Malta hanno fatto rapidamente giustizia delle menzogne diffuse per screditare le testimonianze dei naufraghi (vedi le testimonianze su fortresseurope.blogspot.com).

Le vittime di queste prassi “informali” di respingimento ben difficilmente possono fare valere con ricorsi individuali i loro diritti fondamentali, dal diritto alla vita ed alla salute, ai diritti di comprensione linguistica e di protezione internazionale. Le polizie di frontiera nei paesi di transito sono ancora ampiamente colluse con le organizzazioni criminali. Il clima di illegalità, a Patrasso come in Libia, è dominante e numerosi agenti della polizia di frontiera, in entrambi i paesi, sono finiti sotto inchiesta per corruzione, come denunciato nei rapporti pubblicati da Fortresseurope.blogspot.com. Le retate disperdono i profughi, i loro accampamenti vengono incendiati ma il commercio sulla loro pelle continua come continua la collusione della polizia. Chi ha i soldi corrompe e fugge, chi non paga rimane per mesi, addirittura anni, a marcire nei centri di detenzione ed a subire le violenze della polizia. Fino al punto di impazzire.

Non sappiamo quando si potrà ricostituire in Italia un grande movimento di opinione che batta il razzismo di stato e la xenofobia oggi dilaganti. Le nuove divisioni all’interno del mondo cattolico potrebbero rendere molto più lontano questo obiettivo. Ed anche tra le diverse anime dell’opposizione rimane forte la componente che continua a credere nella necessità degli accordi con la Libia. Spetta intanto alle organizzazioni non governative costruire una rete diffusa in modo da garantire un monitoraggio continuo, raccogliere la documentazione, diffondere le informazioni su quanto accade e ricorrere a tutti gli strumenti legali interni ed internazionali per denunciare quanto sta avvenendo in Italia, alle frontiere marittime, in Libia come in Grecia, secondo quanto previste dai vari regolamenti di procedura delle organizzazioni internazionali e comunitarie (per i quali si rinvia al sito http://www.altrodiritto.unifi.it, alla rubrica Diritti/frontiere).