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DI EDWARD HERMAN

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È particolarmente istruttivo e divertente osservare fino a che punto il modo di evocare la distruzione in volo di un aereo di linea (civile) puo rilevarsi politicizzato e come, in quest’ambito come in molti altri, i media, dando il cambio alla propaganda di stato, servono scrupolosamente l’agenda governativa e la linea del partito. Per l’umorismo, ci sono le “frasette” degli editoriali del New York Times.

A proposito del volo 007 della Korean Airlines, abbattuto dai Sovietici il 31 agosto 1983, indignato: “Non ci sono scuse accettabili che giustifichino la distruzione, da parte di una qualsiasi nazione, di un aereo di linea senza difese!”. A nome di quei passeggeri “freddamente sterminati”, gli editori chiedono “se il Cremlino saprà assumersi le proprie responsabilità affinché l’ordine internazionale mantenga un minimo di decenza”. (Editoriale del 2 settembre 1983: “Sull’assassinio nell Aria”).

A proposito dell’aereo di linea libico abbattuto dall’esercito israeliano nel febbraio 1973, laconico: “A che serve un dibattito astioso per decidere di chi sia la colpa dell’abbattimento di un aereo di linea libico la scorsa settimana, sopra il monte Sinai?” (Editoriale del 1 marzo 1973: “Dopo il Sinai”).

A proposito del volo Airbus 655 dell’Iranian Airlines, abbattutto nel luglio 1988 nel Golfo Persico dall’incrociatore Vincennes della Marina americana, distaccato: “Per quanto sia orribile, resta sempre un incidente. Rispetto ai fatti, ormai chiaramente stabiliti [la versione ufficiale fu immediatamente comunicata], è difficile pensare a cosa la Navy avrebbe potuto fare per evitarlo” (Editoriale del 5 luglio 1988: “Al posto del Capitano Rogers”).

In realtà, nel 1983 i Sovietici ignoravano davvero se il volo 007 (senza radio e uscito dalla propria rotta) fosse davvero un apparecchio civile. L’amministrazione Reagan ne ebbe presto la certezza grazie alle registrazioni delle comunicazioni radio del pilota, ma omise l’informazione. Ci vollero quasi cinque anni perchè i redattori del Times finissero col riconoscere: “La Bugia che non venne abbattuta” (editoriale del 18 giugno 1988). Tra l’altro il New York Times non l’aveva saputo dalle proprie investigazioni, ma grazie all’uso che altri avevano saputo fare del “Freedom Information Act” [legge sulla libertà d’informazione]. Si erano quindi affrettati ad accusare i Sovietici sulla base di bugie che non avevano saputo né voluto svelare. Per l’apparecchio libico distrutto in volo da Israele, invece, si sapeva fin dall’inizio che gli Israeliani avevano abbattuto un aereo civile con totale cognizione di causa, ma qui il Times non vedeva alcun problema. Non si parlava più di barbarie o di passeggeri “freddamente sterminati”. Un semplice aereo di linea abbattuto a sangue freddo meritava appena delle scuse.

Nel caso dell’aereo iraniano, la posizione presa dalla redazione nel passaggio sopracitato è davvero ridicola: nessuna messa in discussione della versione ufficiale; evitando di ricordare che l’incrociatore Vincennes era stato inviato nel golfo per sostenere l’alleato Saddam Hussein nella sua crociata contro l’Iran, la redazione presentava addirittura quest’ultimo come la vittima di questa guerra e non come l’aggressore: “… la vana guerra dell’Iran contro l’Iraq”.

Per molti anni il Times evitó di ricordare che David Carlson, capitano di un’altra nave della flotta americana stazionata nel Golfo, aveva pubblicato nel Naval Institute’s Proceedings [il registro dei rapporti di missione dell’Istituto della Marina di Guerra] del settembre 1989, una lettera in cui dichiarava che l’apparecchio iraniano era rimasto nel corridoio aereo corrispondente al proprio volo, che l’atteggiamento degli Iraniani nella regione “era molto chiaramente non aggressivo”, che il capitano Rogers, lui sí, era ritenuto aggressivo e che il Vincennes era considerato un Robo-Cruiser [una specie di Robo-Cop in nave di guerra]. Il Times pubblicó un articolo sul ritorno trionfale del capitano Rogers a San Diego, dove fu accolto come un eroe (“L’equipaggio dell’incrociatore che ha abbattuto l’aereo di linea iraniano calorosamente accolto nel paese” Robert Reynolds, NYT 25 ottobre 1988), ma la redazione evitó qualsiasi critica, che fosse su quest’accoglienza o sulla “Legione del Merito” con cui Rogers fu infine decorato per “il merito eccezionale della sua condotta”. Immaginate i commenti del giornale se il pilota russo che abbattè il volo 007 avesse avuto diritto, anch’egli, agli onori militari in Unione Sovietica.

Si potrà sempre dire che si tratta del semplice punto di vista di un editorialista e che non avrà per forza un impatto sulla cronaca. Niente di più vero! In quest’ambito, in particolare, l’incapacità di rivelare “La Bugia che non venne abbattuta” e a pubblicare i commenti di David Carlson sul capitano Rogers e la sua azione, sono stati errori professionali di prim’ordine. La variazione d’intensità nella copertura dei due eventi indicava anch’essa un evidente partito preso. Nel solo mese di settembre del 1983, il New York Times pubblicó 147 articoli, ossia 70m di colonne di testo, sul crash del volo 007. Per dieci giorni consecutivi, il giornale pubblicó addirittura una sezione a parte, specialmente dedicata all’incidente. E in una battitura di questo tipo, la redazione riuscí tuttavia a ignorare ció che il contesto e le opinioni critiche offrivano di più pertinente. Al contrario, l’apparecchio libico abbattuto nel 1973 da Israele o l’airbus iraniano abbattuto nel luglio 1988, furono sepolti, più che coperti, e non venne dedicata loro nessuna sezione speciale. Nel dicembre 1988, invece, sei mesi appena dopo la distruzione dell’apparecchio iraniano, la copertura mediatica raggiunse l’apice con l’attentato contro il volo 103 della Pan American, a Lockerbie.

Aerei di linea abbattuti e (in)giustizia internazionale

A quanto pare, quando gli aerei sono abbattuti dagli Stati Uniti o dai loro clienti, i cattivi non vengono mai puniti e le vittime aspettano invano che si renda loro giustizia. Al contrario, quando gli Stati Uniti o i loro clienti perdono uno di quegli apparecchi, cadono le sanzioni e le procedure vengono portate a termine. Che strano! Nel caso dell’apparechio libico abbattuto da Israele, nessun Israeliano fu mai punito né perseguito e il primo ministro israeliano fu ricevuto a Washington una settimana appena dopo il dramma senza che venisse importunato da domande imbarazzanti. Quando il volo 007, invece, fu abbattuto, aldilà degli articoli e delle denunce indignate di questo “atto barbarico”, venne organizzato anche un boicottaggio dei voli sovietici in più di quindici stati, i diplomatici sovietici furono sbeffeggiati perfino all’ONU e l’incidente portó a un chiaro raffreddamento delle relazioni tra l’URSS e gli USA o i loro alleati.

Allo stesso modo, mentre nessun tipo di sanzione fu invocato verso gli Stati Uniti per la distruzione in volo dell’airbus iraniano 655 e mentre il “Rambo”, capitano del Vincennes, che l’aveva ordinata, riceveva decorazioni e onori militari per il suo comportamento eroico, venne intentata un azione di giustizia senza precedenti da parte della “comunità internazionale” contro i presunti organizzatori e i complici dell’attentato di Lockerbie [NdT: Il volo Pan Am 103 era un collegamento aereo operato dalla Pan American World Airways che collegava l’aeroporto di Londra-Heathrow all’ Aeroporto internazionale John F.Kenendy di New York. Il 21 dicembre 1988 un velivolo che stava effettuando questo volo, esplose in volo in conseguenza della detonazione di un esplosivo al plastico sopra la cittadina di Lockerbie, in Scozia. Nel disastro aereo morirono 270 persone: 259 a bordo dell’aereo e 11 persone a terra colpite dai rottami del velivolo; la maggioranza delle vittime (189) erano di nazionalità statunitense]. Si pensava, certo, che ci potesse essere un legame tra l’Iran e l’attentato contro il volo Pan Am 103, tenuto conto del modo in cui gli USA avevano reagito alla distruzione dell’airbus iraniano 655. Del resto, gli investigatori non ci misero molto a concludere che l’attentato fosse stato probabilmente realizzato dall’ FPLP-CG (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Comando Generale) un’organizzazione terroristica diretta allora da Ahmed Jibril. Quest’organizzazione aveva delle diramazioni nella Germania dell’ovest, aveva già usato bombe dello stesso tipo di quelle usate contro il volo Pan Am 103, e la sicurezza aerea di Francoforte era tacciata di lassismo. L’ipotesi di un’implicazione iraniana era ancor più probabile tenuto conto che i responsabili occidentali della sicurezza sostenevano che l’Iran aveva offerto 10 milioni di dollari per un’azione di rappresaglia.

Nonostante ció, tra il 1989 e il 1990, quando le relazioni con Saddam Hussein cominciarono a deteriorarsi e gli Stati Uniti contarono su un miglioramento delle relazioni con la Siria e l’Iran per preparare la prima Guerra del Golfo, i responsabili occidentali voltarono le spalle all’idea di un’implicazione Siro-Iraniana e la colpevolezza “definitivamente dimostrata” di un FPLP-CG Siro-Iraniano fece immediatamente posto alla colpevolezza “definitivamente dimostrata” della Libia. “Le prove dell’implicazione dell’FPLP, cosí eloquenti e minuziosamente riunite, erano state discretamente, ma fermamente buttate nel cestino” (“Lockerbie: The Flight From Justice,” Private Eye, maggio-giugno, 2001, p. 10). La Libia diventava tanto più facilmente il nuovo “colpevole ideale”, in quanto si trovava già nel mirino degli USA e dato che la propria indipendenza e il sostegno ai Palestinesi come ad altre forze dissidenti (come la resistenza dell’ANC e di Mandela all’apartheid sudafricano) o il sostegno occasionale a terroristi antioccidentali non erano un segreto per nessuno. E dagli contro alla Libia, allora!

La filiera libica ebbe l’esclusiva dal 1990 al 2007, e durante tutto questo periodo la Libia fu ampiamente diffamata e sottomessa a drastiche sanzioni da parte del Consiglio di Sicurezza. Il processo che le venne intentato in Olanda si concluse con la condanna di un cittadino libico dichiarato colpevole dell’attentato criminale e la Libia –oltre all’eloquente pubblicità con cui venne gratificata- si vide costretta a versare diversi milioni di dollari di danno alle vittime. Gheddafi si rassegnó a pagare, pur negando qualsiasi implicazione libica nell’attentato. E tutto questo, nonostante il fatto che diversi esperti e osservatori –in particolare tra i familiari delle vittime- denunciassero questo processo come una pagliacciata politico-giudiziaria, un’enorme farsa, e gridassero allo scandalo contro una condanna iniqua e fuori luogo. (Per un’analisi più approfondita et documentata, cfr. : John Ashton et Jan Ferguson, “Cover-Up of Convenience” [Mainstream: 2001]. Neil Mackay, “UN Claims Lockerbie Trial Rigged”: Sunday Herald [Ecosse], 8 aprile 2001: http://www.commondreams.org/headlines01/0408-01.htm. Edward Herman,“Lockerbie and the New World Order Rule of Injustice,” Z Magazine, Dic. 2001: http://www.zcommunications.org/zmag/viewArticle/12789.)

Il rappresentante delle Nazioni Unite, Hans Kochler, definí questo processo “uno spettacolare cattivo uso della giustizia” e l’esperto scozzese Robert Black, un esperto dell’affaire, parló di uno “sconcertante cattivo uso della giustizia”. La denuncia dell’aspetto profondamente ingiusto della decisione del tribunale venne ampiamente consolidata nel giugno 2007, quando una Commissione Scozzese di Revisione degli Affari Criminali emise le proprie conclusioni su questa decisione: il processo del 2001 e il verdetto erano dichiarati nulli per un vizio di forma, fatto che diede il via al processo in appello del condannato libico. Se questa decisione venisse confermata in appello, non ci sarebbero più responsabili ufficiali per l’attentato di Lockerbie. Ma è più che probabile che allora ci si orienterebbe di nuovo verso l’ FPLP, l’Iran e la Siria. Non è una coincidenza stupefacente, che questo secondo capovolgimento avvenga proprio in un momento in cui la Libia ridiventa rispettabile agli occhi degli USA e dei loro alleati e quando la Siria e l’Iran ritornano ad essere il nemico numero uno delle potenze occidentali?

Non è fantastico anche il fatto che, quando sono gli USA a essere le vittime, un semplice presunto colpevole possa essere perseguitato per anni, vedersi imporre sanzioni penalizzanti, milioni di dollari di risarcimento e un processo che fa scalpore, mentre non viene intrapresa nessuna azione di giustizia quando gli USA o i loro alleati si riconoscono essi stessi colpevoli di atrocità simili o analoghe? Se i nostri nemici abbattono un aereo, è pura barbarie; quando gli USA o i loro alleati abbattono un aereo, é “un errore tragico” certo, ma niente di più.

Che, vittima anch’egli dell’attentato di Lockerbie, Abdel Basset Al al-Megrahi –la cui colpevolezza è ormai decisamente dubbia- sia tuttavia mantenuto in carcere e non possa ottenere né la grazia né una riduzione di pena, fosse per ragioni umanitarie, seppur affetto da un cancro in fase terminale, è più che indicativo… Ecco qualcosa che ricorda in modo curioso il caso di Milosevic nelle mani del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY), a cui venne rifiutato un ricovero d’urgenza a Mosca – nonostante la garanzia del governo russo di riportarlo, comunque, davanti al tribunale. Morí qualche settimana dopo questo rifuto [Il processo si avviava inesorabilmente verso un non-luogo diplomaticamente gravissimo, dopo diversi anni di prigione e un arresto illegale NdT]. Il criminale di guerra albano-kosovaro Ramush Haradinaj, invece, seppur riconosciuto colpevole di massacri, fu autorizzato a lasciare l’Aia nel 2005 per partecipare a una campagna elettorale in Kosovo. Alla fine Haradinaj benefició di una riduzione di pena dell’ICTY, a cui contribuí sicuramente la morte inaspettata dei due principali testimoni, ma dovuta soprattutto al carattere intrinsecamente iniquo dell’ICTY stesso. Insomma, una valanga di prove che mostra continuamente come la nostra (in)giustizia internazionale sia solo uno strumento del potere e del clientelismo.

Rwanda: il Falcon presidenziale abbattuto dal nostro uomo, Kagame

Il 6 aprile 1994 un altro aereo veniva abbattuto al momento dell’atterraggio nell’aeroporto di Kigali, causando la morte dei presidenti del Rwanda, Juvenal Habyarimana, e del Burundi, Cyprien Ntaryamira. Poco dopo cominciarono i massacri di massa del “genocidio ruandese” e il conflitto intimamente parallelo tra l’esercito ruandese – alleato del governo, in maggioranza costituito da Hutu, del presidente Habyarimana – e le forze ribelli del Fronte Patriottco Ruandese (FPR) guidate da Paul Kagame. L’assassinio e la guerra erano il parossismo di un conflitto latente condotto anni prima (ottobre 1990) da un’invasione del Rwanda da parte di alcuni elementi dell’esercito ugandese guidati da… Paul Kagame, ex direttore dei servizi segreti dell’esercito ugandese. Questi soldati ugandesi – in maggior parte tutsi di nazionalità ugandese, ma non pochi erano gli esiliati ruandesi – non ci misero molto a lasciare l’esercito ugandese per diventare il Fronte Patriottico Ruandese. Quest’invasione, cosí come il conflitto, la pulizia etnica e la presa di controllo politico e militare che seguirono, godevano del sostegno degli Stati Uniti -Kagame si formó a Fort Leavenworth [NdT: base militare dell’esercito statunitense che ospita anche una prigione militare di massima sicurezza dell’Esercito]- e le vittorie di Kagame e del FPR dipendevano dall’intervento di questa superpotenza, che ben presto implicó il sostegno al FPR di Kofi Annan e dell’ONU, dell’FMI, della Banca Mondiale, della Gran Bretagna e del Belgio. Quest’operazione permise agli USA di soppiantare la Francia in Africa Centrale, proprio come avevano soppiantato i Britannici in Medio Oriente. Il conflitto implicó anche il sostegno incondizionato di Human Rights Watch e di altre istituzioni umanitarie – o supposte tali – al Fronte Patriottico Ruandese.

Poichè sostenuta dagli Stati Uniti, l’invasione del Rwanda da parte dell’Uganda nel 1990, non fu mai considerata dall’ONU come un’aggressione caratterizzata – come l’invasione dell’Iraq da parte delle truppe americano-britanniche nel 2003 o quella del Libano da parte di Israele nel 2006, ma contrariamente all’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq (agosto 1990), immediatamente condannata e sanzionata dalle Nazioni Unite. Non era un’aggressione neanche agli occhi di Human Rights Watch, per cui solo le violazioni dei Diritti dell’Uomo imputabili al governo ruandese meritavano di essere prese in considerazione. L’aggressione militare ugandese e il violento movimento di destabilizzazione condotto dal FPR all’interno del paese e sostenuto dall’esterno dagli USA, non erano presi in considerazione.

Il problema, per Kagame e coloro che lo sostenevano negli USA, è che i Tutsi rappresentavano poco più del 15% della popolazione ruandese e che la maggior parte degli Hutu era radicalmente ostile al FPR. L’invasione e la pulizia etnica condotta nel nord del Rwanda da parte del FPR e quella guidata dalle forze tutsi in Burundi, avevano portato all’arrivo massiccio di rifugiati Hutu in Rwanda. Kagame e il suo FPR non avevano quindi la minima possibilità di vincere delle elezioni credibili. Tuttavia, in virtù di un accordo del 1993, queste avrebbero dovuto svolgersi nel 1995 sotto l’egida delle Nazioni Unite. Kagame poteva quindi prendere il potere solo con la forza. Non è fantastico che in soli tre mesi egli sia riuscito ad impadronirsene dal 1994, con le armi, annullando di fatto il corso delle elezioni previste per il 1995? Non è straordinario che abbia potuto vincere da solo, con le sue truppe e i suoi sponsor, una vittoria cosí decisiva nel bel mezzo di un genocidio perpetrato dai suoi avversari? Non è stupefacente che alla fine dei conti ci siano stati più morti tra gli Hutu che tra i Tutsi, durante questo periodo di massacri spaventosi?

Non è stupefacente che dopo questa vittoria, Kagame e l’Uganda di Musevemi (un altro protetto degli Stati Uniti) abbiano più volte invaso e occupato il Congo, saccheggiando e favorendo il saccheggio generale delle prodigiose ricchezze di questo paese, massacrando a tutto andare, ma ancora una volta senza scontrarsi alla minima opposizione da parte degli USA o della “comunità internazionale”? (Per una maggiore documentazione, cfr: Robin Philpot, Rwanda 1994: Colonialism Dies Hard (pubblicato su Internet come viene proposto sul sito del Rapporto Taylor nel 2004 (http://www.taylor-report.com/Rwanda_1994/). Edward S. Herman et David Peterson, The Politics of Genocide. Keith Harmon Snow, « Hotel Rwanda: Hollywood and the Holocaust in Central Africa, » 1 novembre 2007 (http://www.allthingspass.com/journalism.php?catid=47)

Tutto questo ci riporta all’apparecchio abbattuto il 6 aprile 1994. Encora una volta, è importante ricordare quanto questo doppio assassinio caduto dal cielo fosse una magnifica occasione tanto per Kagame e il FPR, che per i loro sostenitori americani, britannici o belgi. Fu il calcio d’inizio del bagno di sangue che si sarebbe svolto nei mesi seguenti. Per i media occidentali, questo bagno di sangue era imputabile ai soli Hutu, al governo hutu e ai suoi paramilitari. Ma questa versione contraddice i fatti in modo evidente: è proprio il capo del governo hutu a essere stato ucciso nell’attentato. Difficilmente, quindi, poteva anche esserne il mandante. È l’ FPR ad essere uscito vincitore dal conflitto in poco più di tre mesi. È alquanto stupefacente se si parte dal principio che l’assassinio e i massacri che gli successero erano stati pianificati da molto tempo dagli Hutu.

Gli USA hanno fatto di tutto perchè i caschi blu fossero ritirati dal Rwanda nello stesso momento in cui avveniva il presunto genocidio perpetrato dagli Hutu nell’aprile 1994. Il governo hutu era contrario a questo ritiro, Kagame invece era totalmente favorevole. Per gli apologeti della versione ufficiale, come Samantha Power – aggressione e genocidio hutu, Kagame vola in aiuto del popolo- gli USA erano solo “pronti a intervenire”. Avevano solo formato e armato Kagame, indebolito e destabilizzato il governo ruandese, e preparavano il terreno per il colpo di stato e la presa di potere pianificata dal loro cliente. Un’altra coincidenza importante, solo un anno prima, nel vicino Burundi, alcuni ufficiali tutsi assassinavano il capo di Stato Melchior Ndadaye, avvenimento salutato con entusiasmo dal FPR.

Ancor più rivelatore, nel rapporto sull’attentato all’aereo presidenziale presentato da Michael Hourigan, avvocato australiano incaricato dell’inchiesta dal Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda (ICTR), la testimoninaza di tre membri dell’FPR e gli elementi che apportarono all’inchiesta, provavano chiaramente dal 1996 che l’aereo era stato abbatttuto dagli uomini di Kagame. Quando Hourigan trasmise quest’informazione a à Louise Arbour, allora procuratrice generale dell’ICTR, la donna, dopo aver consultato i rappresentanti degli Stati Uniti, pretese la chiusura dell’inchiesta, ne tolse l’incarico a Hourigan e gli diede l’ordine di distruggere tutti i dossiers col pretesto che una tale indagine non rientrava nelle prerogative del tribunale e usciva dalla sua giurisdizione. Era completamente falso, come lo sottolinea Richard Goldstone, egli stesso ex procuratore generale dell’ICTR e notoriamente amico di lunga data del Dipartimento di Stato statunitense. Più tardi, nel 2003, Carla Del Ponte, a sua volta nominata procuratore generale dell’ICTR, ordinó la riapertura di un’indagine sull’attentato del 1994 contro l’aereo presidenziale. Ma poichè Kofi Annan non diede il suo appoggio, anch’ella fu congedata e sostituita.

Sebbene questo doppio assassinio presidenziale sia riconosciuto come l’elemento che ha fatto scattare il famoso genocidio, lo stesso Consiglio di Sicurezza, a più di quindici anni dai fatti, non ha ancora promosso nessuna azione giudiziaria né preteso alcuna sanzione, neanche un’indagine. L’attentato dell’aprile 1994, secondo l’espressione di Richard Goldstone, è stato « il detonatore che ha fatto esplodere il genocidio ». Ora, se si tratta proprio del nostro uomo, Kagame, che ha azionato questo detonatore, tutto lo scenario di un genocidio pianificato e perpetrato dagli Hutu viene rimesso in questione. Ne deriva che, vista l’onnipotenza degli USA, il ruolo di persone come Louise Arbour o Kofi Annan al servizio di questa onnipotenza e il peso dei media e degli intellettuali dell’umanitario, sapientemente abbindolati o allineati sulla versione ufficiale, qualsiasi tentativo di indagine su quest’attentato potrà essere fatto fallire senza che nessuno protesti, e nessun Tribunale delle Nazioni Unite, come quello creato recentemente per l’assassinio del leader libanese Rafik al-Hariri, sarà mai organizzato affinchè quel crimine non rimanga impunito.

La legge ferrea rimane inflessibile: impunità per i crimini degli Stati Uniti o dei loro clienti e complici; tribunali e sanzioni per coloro che prendono di mira. È proprio questa la regola, nel sistema politicizzato della nostra (in)giustizia internazionale.

Edward S. Herman è Professore Emerito di Finanza alla Wharton School, Università di Pennsylvania. Economista e analista dei media di fama internazionale, è l’autore di diverse opere, tra cui: Corporate Control, Corporate Power (1981), Demonstration Elections (1984, con Frank Brodhead), The Real Terror Network (1982), Triumph of the Market (1995), The Global Media (1997, con Robert McChesney), The Myth of The Liberal Media: an Edward Herman Reader (1999) e Degraded Capability: The Media and the Kosovo Crisis (2000). L’opera più conosciuta, Manufacturing Consent (con Noam Chomsky), pubblicata nel 1988, é stata ripubblicata nel 2002.

Titolo originale: « Lockerbie : De 007 au Rwanda, avions de ligne abattus et (in)justice internationale »

Fonte: http://www.mondialisation.ca