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Originally uploaded by pamoja55

Migranti e diritti durante le ferie d’agosto

Si avvicina ferragosto e, nonostante la crisi economica che ha ristretto gli orizzonti e ridimensionato i desideri, moltissimi italiani sono già in ferie. Come sempre accade, è questo il momento dei colpi di coda governativi rispetto al varo in extremis di decreti legge imbarazzanti o alle sperimentazioni di norme discusse e poco gestibili che diventano per la prima volta legge vigente all’interno di città dai ritmi dilatati, e possono trovare attuazione nel silenzio o nella diradazione delle informazioni mediatiche.

L’8 agosto è entrato in vigore il pacchetto sicurezza, coacervo di misure giuridiche che lo stesso Presidente della repubblica Napolitano non ha esitato a definire “irrazionali”, giusto un attimo prima di dare ad esse il proprio benestare apponendovi la necessaria firma. Da quella data, quindi, se ne è parlato molto durante il lungo iter di approvazione, tutte le persone trovate senza documenti sul territorio italiano commettono di fatto un reato penale per la loro semplice presenza non autorizzata, con conseguenze giuridiche, sociali e culturali che in parte sono già evidenti e che in parte si manifesteranno nei prossimi mesi secondo modalità non del tutto prevedibili.

L’humus sul quale questi mutamenti hanno potuto avere luogo viene esplicitato alla massima potenza dalle recenti dichiarazioni di Umberto Bossi che, paragonando l’attuale immigrazione verso l’Italia all’esodo di milioni di italiani quando questo era ancora, soprattutto, un paese di emigrazione, ha decretato che “noi emigravamo per lavorare, mentre questi altri arrivano per ammazzare”. Questa tra le tante “sparate” della Lega Nord che ormai da anni colorano tutte le stagioni dell’anno politico italiano, ma c’è poco da sorridere. Paradossale che l’era di internet e della sovrainformazione mediatica, in cui basta un “clic” sul proprio Pc per rinvenire miriadi di informazioni dettagliate su qualunque argomento, sia anche quella in cui i messaggi più grossolani e distorti riescono a passare lasciando nella società segni indelebili e trasformandosi poi in misure legislative che assecondano, sulla pelle di determinate categorie di persone, approssimazioni e menzogne estremamente banali.

D’altra parte, sul terreno delle dichiarazioni eclatanti di cui i politici istituzionali hanno il pressoché assoluto monopolio, l’opposizione governativa riesce ad esprimere solo una mentalità retrograda e giustizialista, priva di valori e ragionamenti che possano oggi rappresentare un’alternativa di pensiero possibile: o la si vede impegnata a rincorrere gli avversari sul terreno di una fantomatica “sicurezza”, in cui risulterà sempre troppo priva di fantasia e creatività rispetto a quegli altri, oppure la si sente proporre fino allo sfinimento modelli di astratta “legalità” – salvo poi infischiarsene delle infinite violazioni di diritti sanciti come universali e non negoziabili indipendentemente dalla cittadinanza dei loro titolari – che risultano inevitabilmente pretestuosi e svuotati di ogni significato di fronte a problemi sociali ormai esplosivi.

In mezzo rimangono due fattori, differenti ma non nettamente separabili: la comunità degli autoctoni e quella dei “nuovi cittadini”. Incattiviti e terrorizzati dal futuro, i primi sembrano pronti a seguire qualunque demagogo che attraverso luoghi sempre più comuni fornisca loro una ragione per giustificare l’infelicità che sia abbastanza a portata di mano da farli sentire ancora in grado di esercitare un controllo rispetto a ciò che li circonda. I secondi, per la maggior parte ancora troppo silenziosi ed educati, sono indicati come il capro espiatorio di infiniti problemi mentre vengono usati e pensati da chi ha gli strumenti per farlo come flessibile risorsa economica da gestire secondo rinnovati schemi nel tempo della crisi.

Questi due fattori, però, non sono riducibili a numeri statistici rilevatori del consenso elettorale o della quantità di braccia da sfruttare o internare a seconda dei momenti. Si tratta infatti di persone in carne ed ossa a diversi livelli provate da un periodo difficile come pochi altri ce ne sono stati nell’Occidente del secondo dopoguerra. Le carceri esplodono, la povertà dilaga dove da decenni sembrava un ricordo lontano, le identità vacillano o rinvigoriscono a ritmi troppo difficilmente controllabili. Il diritto perde legittimità e autorevolezza per tutti, troppo spesso stralciato sia che si tratti di quello nazionale, valido sempre più solo quando si tratta di reprimere il dissenso o governare quella che viene definita la “marginalità sociale”, sia che si tratti di quello internazionale e comunitario, composto dalle Convenzioni sui diritti dell’uomo o dalle decisioni delle Corti europee.

Rimangono uomini e donne, lavoratori, studenti, precari di ogni categoria, nuovi poveri e abitanti delle periferie più degradate delle grandi metropoli, che non si stanno organizzando secondo schemi di resistenza ormai superati e inapplicabili, ma che più o meno consapevolmente cercano di sfuggire in modi imprevedibili dalle maglie di un controllo insostenibile. Rimangono le rivolte di questi giorni dentro i Centri di Identificazione ed Espulsione stracolmi, di fronte ai falliti progetti di implementazione del loro numero che avrebbero per il governo costi economici e sociali non ipotizzabili. A malincuore, la questura di Milano ha dovuto liberare sei migranti “colpevoli” di clandestinità per mancanza di posti disponibili dentro il Cie di Corelli. E se oltreoceano Obama ha avviato una riforma delle condizioni di questi centri di detenzione per persone senza reato (è un dettaglio come venga classificato, la loro colpa rimane comunque una presenza che non arreca danno a persone o cose), la realtà della loro ingestibilità risulta ormai ovunque palese.

Come il governo italiano riuscirà a gestire l’invenzione di più di un milione di nuovi criminalizzati dal pacchetto sicurezza, i migranti senza documenti presenti sul territorio, lo vedremo con chiarezza nel corso dell’autunno che viene. Ma non sarà certo questo l’unico problema che avrà da affrontare, e non è affatto scontato che questo modo di fare politica restringendo costantemente spazi e libertà di parte sempre crescente della popolazione, porterà pacificazione sociale all’interno di un paese che si sta rendendo conto di andare alla deriva.

Alessandra Sciurba
Melting Pot Europa