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« Prima ero io a mandare i soldi alla mia famiglia in Marocco, mentre adesso sono loro a spedirmeli: l’Italia è finita« . Mohamed Mourattil, 39 anni, sposato con Carla, due bambini piccoli, è il simbolo del quartiere Lido San Tommaso-Tre Archi di Fermo, un enorme rione ordinato, con palazzine ben tenute, i giardinetti, qualche negozio e la spiaggia a due passi, dove la crisi è arrivata investendo la metà degli 872 immigrati che vi abitano stabilmente. Oggi è diventato il quartiere degli disoccupati, dove i padri rimasti senza lavoro nel pomeriggio accompagnano i figli a giocare al parco e si siedono all’ombra a leggere un libro, mentre le mamme, che il lavoro ce l’hanno ancora, tornano a casa la sera. Sono indiani, bangladesi, marocchini, senegalesi, arrivati anche da quindici anni in Italia, con i documenti in regola, alcuni diventati cittadini italiani, gente che ha comprato casa in questo quartiere che, per chi lavora nel settore calzaturiero, è un punto nevralgico per la sua vicinanza ai Comuni più ricchi di aziende: Fermo, Porto Sant’Elpidio e Civitanova Marche. Mohamed lavorava in un calzaturificio di Porto Sant’Elpidio, ha perso il lavoro nel 2006 e non è più riuscito a trovarne un altro. « A volte mi prendevano per un giorno di prova, ma poi non mi chiamavano mai. Non è un buon periodo, mi dicevano », racconta Mohamed. Non sapendo più cosa fare per mantenere la moglie e i bambini e pagare l’affitto, ha iniziato a trascorrere cinque mesi l’anno in Marocco: « Era l’unica cosa che potessi fare — dice — : tornare in Marocco e lavorare nell’agricoltura con mio padre. Dopo cinque mesi, rientravo a Fermo e mi mettevo di nuovo a cercare un impiego ». Ora, quando serve, lavora nel bar del quartiere: « Ma se non trovo un lavoro fisso — conclude — credo che io e mia moglie torneremo per sempre in Marocco« . Omar Khattab due volte alla settimana va nel quartiere dove gestisce la filiale del centro polivalente provinciale degli immigrati di Ascoli Piceno. Prima il suo lavoro consisteva soprattutto nell’assistere gli stranieri nelle procedure burocratiche; ora le cose sono cambiate: « Da quando è arrivata la crisi, mi occupo soprattutto di sfratti, arrivati alle stelle, di vertenze e, negli ultimi mesi, ho seguito anche quattro casi di rimpatrio assistito. Ho visto un ragazzo perdere il lavoro e poi la casa, prendere la macchina e partire per la Francia ». Chi ha un appoggio in un altro Paese Ue, cerca di andare via dall’Italia. Jusef, 43 anni, originario del Marocco, ha perso il lavoro in una fabbrica di Montegranaro e ha fatto domanda per lavorare in un’agenzia di sicurezza a Parigi. « Eravamo venuti qui per cambiare la nostra situazione — dice Jusef — . All’inizio sembrava che andasse bene, qualcuno ha messo su famiglia, ha comprato una casa e una macchina. Ma proprio adesso che avremmo voluto costruire il nostro futuro, cosa succede? Che dobbiamo riiniziare da capo ». Non la rabbia, ma la disperazione è il sentimento più diffuso nel grande quartiere di Fermo, dove le storie cominciano a essere tutte simili: Sing Harmit, indiano, 54 anni, licenziato dopo anni da un’azienda di suole di Porto Recanati, sta pensando di tornare in India; Hamid Mostafa, algerino, 38 anni, che vorrebbe andare in Francia o in Spagna; Hiemon, della Costa d’Avorio, che sta valutando di tornare in Africa. Lei è una delle poche donne del quartiere ad aver lavorato nel settore del calzaturiero. Adesso che ha perso il posto, trascorre le giornate con i figli, li guarda mentre vanno in bicicletta e mentre giocano con la palla insieme agli altri bambini. Sono loro il suo primo pensiero: sono cresciuti in Italia, come si troveranno a vivere in un mondo completamente diverso? « Per un momento abbiamo sognato — dice Hiemon — ma adesso non abbiamo più nulla ».

(paola aurisicchio) (19 luglio 2009)