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Cari tutti e tutte,

Convinto che ognuno di noi, nel suo piccolo, può essere portatore e ambasciatore di pace nei Paesi dei Grandi Laghi africani, invio di nuovo la testimonianza sulla situazione attuale dei profughi rwandesi in RDC  come testo nel corpo del messaggio visto che l’invio come allegato, di qualche settimana fa, non è riuscito: appena me ne sono reso conto.

Nel corpo della mail viene presentato un riassunto delle raccomandazioni della Rete “ Pace per il Congo”relative al contributo che la Comunità Internazionale (e in particolare l’Unione Europea) potrebbe dare per riportare la pace nella Regione dei Grandi Laghi.

Cordiali saluti

                                                                                  Kalisa Jean-Bosco

Raccomandazioni

Restiamo convinti che una soluzione puramente militare al problema non esiste. Occorre invece promuovere una reale democratizzazione dei Paesi della Regione e in particolare del Rwanda mediante l’avvio di un vero dialogo inter-ruandese che possa dare un futuro di pace al Paese e all’intera Regione.

Non dobbiamo sempre ricordarci che nelle sue Posizioni comuni sul Rwanda del 13 luglio 1999 e del 21 ottobre 2002, l’UE ha messo in evidenza la necessità per il paese di iniziare un processo di dialogo per arrivare alla riconciliazione e ad una condivisione del potere. Tuttavia, finora questa Posizione comune non ha avuto nessun impatto concreto sulla politica di cooperazione dell’UE nei confronti del Ruanda.

Di conseguenza, dobbiamo chiedere tutti insieme all’Unione Europea e ai suoi paesi membri di aiutare il popolo ruandese a riconciliarsi, cessando ogni appoggio interessato al governo ruandese e utilizzando tutti i mezzi diplomatici ed economici a disposizione, suscettibili di spingere il regime ruandese ad aprire un vero dialogo inter-ruandese, unica via che possa garantire la pace non solo al popolo ruandese, ma anche ai popoli della regione dei Grandi Laghi.

La porta del negoziato deve restare aperta e altri mezzi di pressione sul regime rwandese spiegati in modo da esercitare una pressione sul governo ruandese affinché garantisca il rispetto delle libertà democratiche e inizi un dialogo costruttivo con i FDLR sul campo per accelerare il processo pacifico del loro disarmo e rimpatrio volontario e incoraggiare tutte le parti a rispettare i loro impegni presi con gli Accordi di Nairobi (novembre 2007).

Questo negoziato deve includere le misure di accompagnamento dei profughi ed ex-combattenti ruandesi. E’ molto importante che la Comunità Internazionale faccia il monitoring del processo di rimpatrio degli ex-combattenti e dei gruppi di profughi.

Incombe quindi alle Nazioni Unite designare un mediatore per dirigere i negoziati tra Kigali ed i suoi oppositori politico-militari che vivono in RDCongo.

  Rete “Pace per il Congo”, Strada Cavestro, 16/ Località Vicomero di Torrile, 43056 Torrile/Pr

 

Rientrare, fuggire o morire: ma nessun dialogo

 

Allerta sulla sorte dei rifugiati hutu e delle popolazioni congolesi dell’est della RDCongo

  

In Repubblica Democratica del Congo, in un silenzio quasi totale, interrotto a volte da informazioni provenienti quasi esclusivamente dai bollettini della coalizione rwando-congolese, sono in corso, nel Nord-Kivu, un attacco ai rifugiati ruandesi e, nel Sud-Kivu, il conseguente rientro in Ruanda di migliaia di profughi. Che cosa accade realmente al fronte? Qual’è la situazione del paese in cui questi rifugiati sono rimpatriati dal HCR? In quali condizioni sono fatti rientrare? Di fronte alla laconicità dei media liberi, abbiamo fatto un’inchiesta e ve ne diamo il risultato. 

 

L‘attacco alle FDLR: al fronte 

In seguito agli accordi dell’inizio dell’anno tra lo stato ruandese e lo stato congolese, l’ex-generale ribelle Laurent Nkunda, che da un anno e mezzo alimentava la guerra nella provincia del Nord-Kivu, è stato arrestato dal Ruanda e mantenuto in residenza sorvegliata a Gisenyi e il Ruanda ha mandato in RDCongo, attraverso la frontiera di Goma, delle truppe per cacciare gli Hutu.  

L’11 e il 12 gennaio, circa 6 mila militari dell’Esercito Patriottico Ruandese (APR, adesso Rwandan Defence Force, RDF), molto armati, sono entrati nel Congo, lasciando nello stupore e nella paura la popolazione di Goma, del Nord-Kivu e dell’intera RDCongo. Entravano come osservatori, per constatare come l’esercito congolese avrebbe fatto partire e rimpatriato i rifugiati hutu dell’est del Congo, quelli che li si chiamano Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR), le loro famiglie, l’ex esercito del defunto presidente Habyarimana, i suoi giovani partigiani gli Interahamwe e i Rasta che hanno causato tanti danni nei villaggi situati nei dintorni della foresta nel Sud-Kivu. Le truppe hanno preso due direzioni: Masisi e Rutchuru e subito si è parlato di operazioni congiunte.  

Nessuno sa ciò che stia realmente accadendo al fronte. Nessun giornalista indipendente vi è ammesso e non si sentono che i bollettini di guerra emessi dalle forze rwando-congolesi o le informazioni provenienti da una fonte fedele al Presidente congolese. Le autorità, tanto locali che nazionali, tacciono o sono evasive. Dei testimoni di Goma parlano di camion carichi di cadaveri che attraversano, con tutta discrezione, la frontiera con il Rwanda, portando probabilmente i corpi dei militari uccisi. In questo modo, la popolazione e molti osservatori restano perplessi, ricordando i massacri indiscriminati degli hutu che avevano marcato l’avanzata delle truppe della coalizione dell’AFDL guidata dal Ruanda nel 1996 – ’97.  

Se si volesse costringere i rifugiati a ritornare al loro paese, si sarebbe accerchiato il territorio che li ospita per spingerli verso la frontiera, invece si segue il movimento inverso, spingendoli verso l’interno del Congo. Li si respinge? Li si uccide? Come non ci sono testimoni, chi lo sa? Le FDLR sono armati e conoscono la foresta come le loro tasche; anche i loro assalitori sono molto armati ed il loro comportamento nel passato è stato contrassegnato da una grande facilità ad uccidere anche la popolazione civile.  

Un abitante hutu di Goma ha detto: L’entrata dell’esercito ruandese significa che non avremo più pace, ci uccideranno e occuperanno la nostra terra « . Un superstite arrivato a Goma ha parlato di una trentina di capi tradizionali uccisi dall’esercito ruandese che guida l’attacco, mentre l’esercito congolese lo segue: erano dei congolesi, o degli hutu venuti dal Ruanda sin dal tempo della colonia e ormai con nazionalità congolese. È molto difficile distinguere i congolesi e dagli hutu: i due rischiano di subire le stesse violenze. Da parte loro, ritirandosi verso la foresta, le FDLR avrebbero preso in ostaggio dei civili congolesi.

Il rientro dei rifugiati in Ruanda 

Nel Nord-Kivu, l’arresto di Nkunda e l’integrazione delle truppe del suo movimento, il CNDP, nell’esercito congolese non hanno portato come effetto il rientro degli sfollati, congolesi e hutu (non ci sono tutsi nei campi profughi). A Mugunga, vicino a Goma, gli sfollati occupano cinque campi, in cui sono stati accolti anche quelli di Mushake, dopo la distruzione del loro campo. Tra gli hutu ruandesi, nessuno ha finora attraversato la frontiera per ritornare in Ruanda.  

Domenica 8 febbraio, 74 uomini delle FDLR che si erano dichiarati disposti a ritornare in Rwanda con le loro famiglie, sono fuggite durante la notte dal campo di transito di Kasiki, a Lubero, poche ore prima del loro trasferimento: a sua grande sorpresa, si dice, la forza ONU in RDCongo, la Monuc, non ha trovato che un campo smantellato. 

Invece, la popolazione di Bukavu assiste ad un arrivo continuo di decine e di centinaia di rifugiati hutu, in provenienza dalle foreste di Bunyakiri e di Walikale. Sono delle donne, dei bambini e degli anziani dall’aspetto miserabile, con le mani quasi vuote. Un giornalista di Radio Iriba, ha interrogato una donna di un gruppo che stava entrando nel Centro di transito del HCR: Non vi si farà soffrire nel campo di Nyagatare dove siete diretti? ». Ha risposto: « Abbiamo delle informazioni provenienti dal campo secondo le quali le persone non vi restano che per due settimane, poi ritornano sulle loro colline ».

Questa operazione viene realizzata nel silenzio e la discrezione. Il Centro di transito del HCR, dove i profughi passano solo alcune ore o un giorno, per essere identificati e preparati al rientro, è stranamente silenzioso. Dalle numerose persone che vi si trovano non trapelano che dei mormorii e, talvolta, i pianti dei bambini. Giunta l’ora del rimpatrio, si consegna loro un vestito pulito. Un camion trasporta le loro povere cose e le persone salgono, in silenzio, negli autobus affittati dal HCR e parcheggiati proprio davanti al portale del recinto. Poi, partono.  

« Parto volentieri per il Ruanda – dichiarava un giovane al microfono, alla frontiera congo-ruandese, prima di attraversarla – mi dispiace solamente che il HCR non mi abbia permesso di prendere con me le mie cinque capre…. Molti tra di noi hanno dovuto abbandonare i loro pochi animali da cortile ». Che siano veramente contenti per il loro rientro, è tutto da dimostrare. I visi sono oscuri, si intravede l’inquietudine; rari sono quelli che sorridono, alcuni salutano con la mano prima di attraversare la frontiera.  

In seguito all’intervento del HCR, non sono più perquisiti alla frontiera, ma prima di attraversare la frontiera, si procede ad un nuovo appello. Quelli che hanno dei franchi congolesi o dei dollari, glieli si cambia in franchi ruandesi. I civili sono trasportati dal HCR fino al campo di Nyagatare, il feudo del FPR in Ruanda, nella prefettura del Nord; gli ex combattenti delle FDLR smobilitati, di cui si occupa la MONUC, sono trasferiti a Gikongoro. Se alcune migliaia di civili hanno  già attraversato la frontiera, i combattenti  FDLR rimpatriati sarebbero solamente alcune decine. 

Da Nyagatare, ogni famiglia, munita di un kit di primo aiuto dato dal HCR, raggiunge la sua collina di origine. Per trovarvi, forse, la sua casa già occupata. In questi anni in Rwanda, il principio in vigore era quello di andare ad abitare in una casa abbandonata, nel caso in cui la propria fosse stata distrutta. Il presidente Kagamé ha esigito che si restituiscano queste case ai profughi che ritornano. In altri casi, della casa restano solamente i relitti: dopo quindici anni di abbandono, le lamiere, porte e finestre sono state portate via.  

Per un paese sovrappopolato, per un regime che non rappresenta che una minoranza e che prevede le elezioni presidenziali per l’anno prossimo, quale vantaggio ci potrebbe essere per fare rientrare i profughi hutu? Installati nelle vicine foreste del Kivu, armati, numerosi (diecimila secondo le autorità ruandesi, ma mai recensiti), le FDLR costituivano un pericolo effettivo per un regime che ha rifiutato il dialogo con loro. Ogni bambino hutu nato nelle foreste del Congo è un combattente potenziale, perché non ha altro avvenire. Mediante questo ritorno di donne e bambini, il pericolo diminuisce. Bisogna anche tenere conto della pressione internazionale, in seguito al Rapporto di dicembre pubblicato da un gruppo di esperti dell’ONU, sull’implicazione del Ruanda nella guerra di Nkunda nel Nord-Kivu. Inoltre, lo stato ruandese riceverà degli aiuti per questo rientro degli hutu e le casse dello stato saranno meno vuote. Qual’è l’attuale situazione del paese (il Rwanda) in cui i rifugiati arriveranno?  

 

Ruanda: situazione economica… 

In Ruanda, la popolazione si lamenta, come dovunque, della diminuzione del potere di acquisto: tutto è caro. Le spese per gli studi all’università sono fortemente aumentate, ciò che provoca una selezione secondo le proprie possibilità economiche. Ci sono tuttavia delle borse di studio, attribuite secondo i risutati scolastici. Non conoscendo a sufficienza l’inglese, nuova lingua ufficiale del paese insieme con il kinyarwanda, delle migliaia di insegnanti hanno perso il loro lavoro, perchè sostituiti da degli insegnanti provenienti dall’Ugandesi o dal Kenia. Tutte le materie vengono ormai insegnate in inglese.  

Di fronte al boom economico delle costruzioni di privati, molti si chiedono da dove proviene questo denaro. Certamente dallo sfruttamento delle ricchezze naturali della RDCongo e dalla corruzione.  

I nuovi ricchi sono dei militari altolocati, in generale appartenenti al gruppo di quelli provenienti dall’Uganda e che parlano l’inglese e detengono il potere. È difficile per gli altri far loro concorrenza. Si riconoscono tra loro: « N’abacu, s’abacu » (sono dei nostri, non sono dei nostri). Sono loro che costituiscono l’akazu, il circolo al potere.

Alcuni fra loro, si sono accaparrati delle terre, raramente le hanno acquistate: là dove c’erano delle case e dei bananeti, hanno installato dei pascoli recintati da filo spinato. Talvolta, si installano su terre non occupate. Lo stato ruandese è il proprietario di tutto il suolo – un vero catasto esiste solamente nelle città – e ciò fa sì che i cittadini siano solo usufruttuari dei campi. Per valide ragioni, come la costruzione di una strada, di una scuola, di un ospedale o di un centro commerciale, lo stato ha il diritto di sfrattare le persone che si trovano sul terreno in questione: allora partono con le lamiere e le porte, e vengono rimborsati solamente per i muri che restano e gli alberi piantati. Le autorità vogliono trasformare il Ruanda in un Dubai dell’Africa Centrale, una piattaforma per il commercio internazionale.

 

… e della giustizia  

Le giurisdizioni dei gacaca, incaricate di giudicare i casi di partecipazione al genocidio, hanno ufficialmente concluso la loro attività, ma restano ancora novemila dossier da esaminare, concernenti gli ex-funzionari del’anteriore regime di Habyarimana e dei commercianti. Il gacaca è ancora attivo per quanto riguarda il risarcimento dei danni commessi durante il genocidio (furti di mucche, capre, lamiere, porte, distruzione di case, …). I giudici sono molto esigenti e alcuni esigono delle somme enormi. Se non si arriva a stabilire una responsabilità individuale, si ricorre alla responsabilità collettiva: tutto il vicinato viene tassato. I genitori devono pagare per un loro figlio morto o rifugiato in Congo. I ricchi hutu sono destabilizzati e non mancano false accuse contro di loro.  

Dappertutto regna un’atmosfera di paura. Ogni hutu teme di essere accusato per qualsiasi motivo. In quanto ai tutsi che non sono del cerchio del potere, « sono stati invitati » a far parte del movimento politico-militare al potere, il Fronte Patriottico Ruandese (FPR). E’ difficile sottrarvisi: si verrebbe considerati come degli oppositori. Nel FPR si presta questo giuramento: « Se sono traditore, merito una punizione esemplare ». Si entra così nell’umuryango, la famiglia. Tuutavia, nel FPR le decisioni sono prese da un cerchio restretto di persone. 

Il sistema ruandese è una dittatura sotto l’apparenza di una democrazia. All’epoca delle elezioni Presidenziali nel 2004, Kagamé aveva dichiarato: Se perdo le elezioni, torno a fare la guerriglia nella boscaglia « , sottinteso: votate per me, o avrete la guerra. Per quanto riguarda le elezioni dei sindaci e dei consiglieri, i candidati non ben visti dalle autorità, sono minacciati e incarcerati. Il voto è sorvegliato: « Mettete la vostra impronta digitale su quel nome »… Anche se si permette all’elettore di isolarsi, in realtà lo si controlla.     

Un certo numero di prigionieri, uomini e donne, accusati di avere accompagnato delle persone responsabili di uccisioni, sono stati dimessi dalla prigione e mandati in campi a loro riservati, per eseguire dei lavori di interesse pubblico (T.I.P), come il terrazzamento delle colline o la riparazione delle strade. Prima si diceva che avrebbero lavorato solamente tre giorni per settimana e che sarebbero ritornati a casa loro la sera; ma ora si dice che rimangono continuamente nei campi a loro riservati e che lavorano per i T.I.P sei giorni per settimana, per abbreviare la loro pena.  

Tuttavia, molti sono ancora in prigione, dove le condizioni di vita sono più severe. Mentre prima si poteva rendere visita ai prigionieri una volta per settimana, ora viene permessa una sola visita per mese. Non si può più portare cibo ad un prigioniero, ma solo del denaro, da consegnare agli assistenti sociali e da spendere presso la mensa della prigione, al prezzo imposto. È lo stato che fornisce il cibo ai prigionieri, grazie ai sussidi che riceve ed è sempre più difficile per gli organismi e i volontari fornire assistenza ai prigionieri.  

 

Preoccupazioni 

La popolazione congolese guarda al rientro dei profughi rwandesi con soddisfazione, ma nello stesso tempo, anche con compassione. Essa ha accolto sia i tutsi che gli hutu, secondo i cambiamenti politici in Ruanda, ma si è trovata inevitabilmente implicata in conflitti che non la riguardavano. Sin dal 1996, ha sofferto molto a causa delle guerre  che hanno fatto più di cinque milioni di morti. Inoltre, nel Bushi, ha assistito impotente ai violenti attacchi contro i villaggi perpetrati dalle milizie Rasta, composta da hutu e banditi congolesi che uccidevano, sequestravano le persone per esigere poi dei riscatti, violavano le donne, persino le bambine. Allo stesso tempo, la popolazione congolese teme per la sorte dei profughi che stanno ritornando in Rwanda e si chiede perché la Comunità internazionale che ha spinto la RDCongo e il Burundi al dialogo interno, non faccia altrettanto per il Ruanda. 

Il giornale ruandese Umuseso pubblicava in questi giorni un’intervista ad un intellettuale ruandese espatriato, Mushahidi che, criticando il sistema del paese, pone la domanda: Il numero di quelli che ritornano è certamente inferiore a quello di coloro che scappano all’estero… Come si può dire allora a quelli che sono in Congo: ‘Vieni, starai bene in Ruanda?’ … È un apartheid che si installa ».  

Fare rientrare i profughi con la forza va contro il diritto internazionale. Anche se queste donne, vecchi e bambini arrivano da se stessi alle basi del HCR, è in seguito all’operazione di guerra condotta contro di loro. Precedentemente, le autorità congolesi avevano offerto loro tre opzioni: deporre le armi e accettare di essere trasferiti altrove in RDCongo; ritornare disarmati e volontariamente in Ruanda; essere rimpatriati con la forza. In questi giorni, la prima opzione non è più tenuta in considerazione dai media. Le FDLR hanno reiterato spesso la loro volontà, espressa negli accordi di Roma del 31 marzo 2005, di ritornare disarmati, di trasformarsi in forza politica e la loro richiesta di un dialogo inter rwandese e di una garanzia internazionale per la loro sicurezza in Ruanda.  

Stranamente, la richiesta di dialogo, che sembrerebbe semplice e ragionevole, non è presa in considerazione non solo dal potere ruandese, ma nemmeno dalla Comunità internazionale. Tuttavia, anche se fragile, l’esempio del Burundi, che ha la stessa composizione etnica del Ruanda, dimostra che la democrazia può offrire uno spazio sufficiente anche alle minoranze. 

Quale sarà dunque la sorte di questi hutu che rientrano? Si può prevedere che, per i primi mesi, donne e bambini non avranno problemi; le chiese li accoglieranno, le persone li aiuteranno con generosità. Tuttavia le accuse contro essi non tarderanno ad arrivare. Ora, quindici anni dopo il genocidio, è molto difficile ricordare con precisione chi ha fatto che cosa e pochi sarebbero gli indizi. E le false accuse non mancheranno, se il sistema rimane lo stesso per quanto riguarda la giurisdizione del gacaca. 

Secondo le autorità ruandesi, i grandi assassini sono in Congo: ma si può accusare tutti gli hutu di genocidio? Sicuramente, non quelli che stanno ritornando in Ruanda in questi giorni. Non bisogna dimenticare che centinaia di migliaia di hutu sono stati massacrati dal 1990, durante il genocidio stesso e nel 1996 – ’97 in Congo, nei campi dei rifugiati durante la loro fuga attraverso il paese.  

 

La Comunità internazionale di fronte alle sue responsabilità 

La divisione tra boia e vittime, alimentate da un’abile propaganda, è stata troppo semplicistica e comoda per la Comunità internazionale, che nasconde dietro tutto ciò i suoi rimorsi e le sue responsabilità. A costo di lasciare preparare, per il suo accecamento, nuove atrocità. 

Il Ruanda che funziona, il Ruanda che si può dominare facilmente perché è piccolo, il Ruanda in posizione strategica dal punto di vista dell’accesso alle materie prime della RDCongo e della geopolitica… tutto ciò fa chiudere gli occhi sulla verità e la giustizia e non può che avere pesanti conseguenze, come l’hanno dimostrato questi anni di guerra e come si può intravedere nella soluzione forzata utilizzata nei confronti dei profughi hutu. 

Che la Comunità internazionale, che nel 1994 ha istradato verso il Congo gli hutu  e che ora li rimpatria, prenda la sua responsabilità di fronte alla loro sicurezza. Ha tutti i nomi dei rimpatriati, che verifichi regolarmente ciò che accadrà di loro. Ma non potrà proteggerli eternamente. E’ per questo che la vera protezione e la strada verso una pace vera passano  attraverso un processo di democratizzazione del Ruanda, per la via di un dialogo inter rwandese. 

Che l’ONU, l’Unione Europea, gli Stati che hanno delle relazioni di aiuto verso il Ruanda usino i mezzi diplomatici ed economici capaci di orientare il paese e la regione dei Grandi Laghi verso una vera pace. La popolazione congolese percepisce che stanno iniziando una nuova guerra e una nuova occupazione, questa volta ufficialmente. La piccolezza di uno Stato non giustifica l’occupazione violenta, ma piuttosto un’emigrazione rispettosa delle leggi e convenzioni internazionali. Il bisogno di materie prime non giustifica il loro commercio illegale, ma piuttosto delle trattative rispettose della sovranità di un paese e del diritto delle popolazioni locali di poetr usufruire delle ricchezze delle loro terre. È tempo che si istituisca un osservatorio sull’importazione delle materie prime in Europa, come l’hanno chiesto gli europarlamentari nel mese di dicembre scorso. È tempo che la giustizia animi le relazioni internazionali, perché l’ingiustizia è sempre coperta dal sangue delle povere persone.

 

 

 

 


 



 


Secondo alcune affermazioni, questi ultimi sarebbero mandati e sostenuti dal Ruanda stesso, per infangare l’immagine degli hutu; tra di loro ci sarebbero anche dei disertori delle FDLR. La popolazione congolese, che ne è stata vittima, ha parlato spesso di connivenza tra le FDLR e i Rasta.

Un’autorità nazionale, parlando recentemente coi giornalisti della possibilità che anche dei civili congolesi muoiano in questa operazione, ha qualificato ciò di effetti collaterali « .

Alcuni testimoni parlano anche di un camion di bambini, i cui genitori sarebbero degli Interahamwe che, all’arrivo della Monuc, si sarebbero dispersi nella foresta, lasciandoli soli; e anche di un camion di persone handicappate, alcune senza un braccio o una gamba.

Si è scoperto la presenza di un giovane, disarmato ma delle FDLR, che non era sulla lista insieme con la sua famiglia. Mentre sua moglie piangeva, lo si è trasferito presso il campo della MONUC, vicino alla frontiera, dove sono raggruppati i combattenti FDLR che hanno accettato il programma DDRRR (disarmo, smobilitazione, rimpatrio, reinstallazione, reintegrazione).

In seguito a questo rapporto, la Svezia e l’Olanda hanno bloccato gli aiuti di bilancio al Ruanda e delle possibilità in questo senso venivano anche dalla Germania e dalla Gran Bretagna. E’ per questo che il Ruanda ha ritirato il suo appoggio a Nkunda, diventato scomodo e ha ottenuto, in cambio, l’autorizzazione ad entrare in Congo, ufficialmente per osservare le operazioni militari contro le FDLR. Anche gli USA avrebbero fatto pressione, affinché la situazione cambiasse prima dell’installazione del nuovo Presidente alla Casa Bianca.

I militari soprattutto tutsi, rifugiati in Uganda e che hanno attaccato il paese il 1° ottobre 1990, fino a riuscire a prendere il potere il 17 luglio 1994.

Nel Mutara, per esempio, un capo della sicurezza si è accaparrato di tre case con terreno.

Alcuni ricchi hanno voluto installare una cooperativa in una palude molto fertile, verso Nyamasaka e lo stato ha fatto partire i coltivatori che vi lavoravano.

I tribunali popolari finanziati dalla comunità internazionale, in attività dal 2005 e che invece di far diminuire la popolazione carceraria, l’hanno di fatto aumentata.

Ecco un esempio di dialogo: « Eri presente nel momento in cui è avvenuto il fatto? ». « Sì ». « Vi ha partecipato? ». « No ». « Che hai fatto per impedirlo? ». « Niente ». « Allora adesso paghi ».

Umuseso n. 326, del 3 febbraio 2009. Un altro numero del giornale accusa dei ruandesi tutsi di avere cooperato con le FDLR in Congo per lo sfruttamento illegale dei minerali.

Alcuni FDLR ritornati in questi anni, hanno dapprima accettato di essere integrati nell’esercito, per dimostrare agli altri che avevano ricevuto una buona accoglienza ed attirare così il resto; ma poi essi sono stati processati e giudicati come genocidari.

Un segno è l’ambasciata-fortezza che gli USA hanno costruito a Kigali. Il presidente Kagamé ha vi posto vicino la sua residenza e gli alloggi dei suoi ufficiali. Si parla anche di un nuovo aeroporto nel Bugesera, ufficialmente civile, ma che potrebbe essere strategico per gli U.S.A.