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Uno sguardo sul mondo, su ciò che di più interessante accade, e che stimola la riflessione: questo è Murales, la raccolta degli articoli pubblicati e degli interventi significativi che pongono domande, suscitano interrogativi e spingono a prendere una posizione. Buona lettura!

La storia e la vita di Jeacques Habyalimana cambiarono nell’Aprile 1994,  era il mercoledì prima di Pasqua c’era la Coppa d’Africa e lui la guardava con suo padre Innocent. Era un periodo abbastanza normale nel suo paese, il Rwanda, certo si sentivano dei colpi in strada, ma la vita della famiglia di Jeacques, dei genitori e delle due sorelle maggiori, procedeva tranquilla.  Poi uno scoppio fragoroso sopra le loro teste, l’attentato al presidente Jùvenal Habyarimana, di Potere Hutu, che saltava in aria con il suo aereo in atterraggio all’aeroporto di Kigali.  All’improvviso i ribelli tutsi del Fronte Patriottico Rwandese attaccavano  la capitale per impadronirsi del paese. La differenza tra hutu e tutsi non era poi molta. Nel 1916 i coloni belgi arrivati in Randa stabilirono che i tutsi dovevano essere superiori agli hutu. In realtà le loro differenze sono pressoché inesistenti dato che i tutsi erano principalmente allevatori, mentre gli hutu agricoltori. Queste erano le loro uniche differenze, ma i ruandesi vennero spinti a pensare ce i tutsi fossero più alti degli hutu, che fossero geneticamente superiori agli altri in ogni senso e quindi degni di ricoprire i ruoli migliori e più influenti del Rwanda . Anche se poi alla fine degli anni ’50 la situazione si ribaltò e gli hutu assunsero il potere. Decenni di supremazia tutsi li spinsero ad opprimere quelli che venivano considerati i vecchi oppressori. L’odio fra le etnie cresceva a dismisura fino a scoppiare nel Genocidio del Rwanda.

“Dal giorno dopo non uscimmo più da casa – racconta Jeacques – perché durante la notte erano iniziate le sparatorie e noi avevamo paura. In un mese i combattimenti non solo si intensificarono ma si avvicinarono verso la zona dove era casa nostra. Potevamo ascoltare quello che succedeva intorno a noi solo in radio. Dopo un mese ricominciammo a uscire,  anche perché dovevamo pur comprare qualcosa. Io anche se avevo 14 anni giravo armato di bastone sempre, non uscivo mai senza, anche se sapevo che non poteva fare molto contro le armi o contro il macete, con il quale in molti si difendevano”. La strada era dominata da gruppi armati che presidiavano i quartieri e si scontravano con chi apparteneva all’etnia differente. Ogni quartiere di Kigali si era organizzato con una sorta di checkpoint in entrata e in uscita. “In me quando uscivo con il bastone, c’era uno spirito patriottico che un po’ tutti sentivano intorno a me. Noi hutu avevamo instillata la voglia di difendere il nostro paese dal nemico”. Il nemico secondo Jeacques erano i ribelli tutsi del Fronte Patriottico Rwandese, guidati da Paul Kagame, l’attuale presidente del Rwanda. I ribelli erano oppositori del regime di Habyarimana,  nel quale gli hutu si identificavano e attaccavano da quello che si chiamava ancora Zaire e ora è la Repubblica Democratica del Congo. “Per tanti anni sulle nostre carte d’identità era riportata la dicitura ‘etnia’ – ricorda Jeacques – Se eri tutsi e ti beccavano al checkpoint eri morto”. La voce riguardane l’etnia di appartenenza dei Rwandesi fu cancellata dalla carta d’identità nel 2004 da Paul Kagame. “Io non avevo problemi – prosegue Jeacques – anche se ero troppo piccolo per avere la carta d’identità. Nel quartiere conoscevano mio padre che all’epoca era ingegnere meccanico e lavorava con gli ascensori,  tutti sapevano che noi eravamo hutu”.

La famiglia di Jeacques resistette un mese ancora a Kigali, poi decisero di trasferirsi verso l’interno del Rwanda, a Gitarama nel paese d’origine di una delle nonne, dove c’era una loro zia. “Fu una bella camminata  – ride Jeacques – una trentina di chilometri. Partimmo alle sei di sera e arrivammo a mezzanotte”. In quel periodo, giugno 1994, i combattimenti si stavano estendendo al resto del paese. L’esercito nazionale, composto principalmente da soldati hutu, cadeva sotto i colpi dei ribelli tutsi. I cittadini, per la maggior parte hutu però, sostenevano l’esercito. “Dopo qualche tempo intraprendemmo un altro viaggio a piedi a ovest, verso la regione del Kivu, cioè verso quella che ora è la Repubblica Democratica del Congo. Era luglio, ci eravamo resi conto che la guerra non sarebbe finita presto. Attraversammo la frontiera per arrivare in un paese dove potevamo rifugiarci”.  Jeacques, sua sorella  Claudine, di 19 anni, con la famiglia dello zio passarono la frontiera il 19 luglio e proseguirono per la città di Bukavu, a sud est dello Zaire.

In quel momento erano già separati dalla sorella, dal padre e dalla madre. La sorella  maggiore Francine,  21 anni, fu la prima a morire, il  giorno in cui l’aereo di Habyarimana fu abbattuto lei non era in casa. Jacques racconta: “Mia sorella era a casa di un’amica tutsi e non aveva con sé la carta d’identità. Solo dopo qualche tempo abbiamo saputo che era stata scambiata per un membro di quella famiglia e quindi uccisa insieme a loro. In seguito abbiamo avuto una versione leggermente diversa da una persona che lavorava per la Croce Rossa Italiana. Ci disse che Francine era stata riconosciuta da un militare come ragazza hutu. Lei però avrebbe detto che se non avessero salvato anche le sue amiche lei sarebbe morta con loro, così venne uccisa”.

I suoi genitori  invece alla partenza dei figli  rimasero a Gitarama, l’ultimo posto in cui Jeacques li vide, ma furono presto costretti a prendere strade diverse. “Mio padre era debilitato da un’infezione alle gambe, dopo la camminata da Kigali a Gitarama – spiega Jeacques –  Quando la città fu attaccata mia madre scappò, lui rimase lì. Ci disse di non preoccuparci perché non gli sarebbe successo niente. Fu ucciso dai ribelli entrati in città.  Mia madre scappò con sua sorella maggiore e sua cugina. Mio cugino, che ora vive lì, ci raccontò che i tutsi avevano riunito gli uomini con la scusa di una riunione, ma invece li uccisero e li gettarono in una fossa comune, erano 20 persone circa. Dopo qualche anno li hanno riesumati e hanno fatto una piccola cerimonia per loro. Poi Jeacques continua: “Mentre noi arrivavamo in Zaire la guerra in Rwanda era finita e i ribelli avevano preso il potere. Mia madre aveva deciso di tornare a casa nostra, ma l’aveva trovata occupata da altri profughi fuggiti dall’Uganda. Li lasciò restare per il clima di solidarietà che c’era in quei momenti difficili, vivevano tutti insieme”. Questo Jeacques e Claudine lo vennero a sapere grazie a un’amica italiana della mia madre, Rosa di Firenze, che era tornata in Rwanda per vendere la casa. “Sapendo che mia madre era a Kigali è andata a trovarla. – racconta Jeacques –  Lei scrisse qualche parola che poi la sua amica ci spedì dall’ Europa. Ci avvertì che nostra sorella e nostro padre erano morti, ma che lei era a casa nostra e stava bene”. La notizia arrivò a fine agosto del 1994,  Jeacques e Claudine erano in Congo. Dopo che ricevettero notizie dalla madre, Claudine decise di tornare in Rwanda per trovare la madre. “Mia sorella con una cugina  sono arrivarono fino a Kigali – ricorda Jeacques –  Quando ormai erano arrivate vicino casa, una signora che conoscevamo le avvertì di non andare perché la casa era stata trovata aperta e dentro non c’era più nessuno. Di mia madre, non avevano più notizie. Mia sorella vide la nostra casa da lontano e poi è tornò indietro. Non c’è nessuna certezza di cosa sia successo realmente perché poi ci raccontarono tante versioni diverse. L’unica cosa che sappiamo per certo è che nostra mamma, che si chiamva Marciana, non è più viva. In quel periodo – afferma Jeacqes –  i militari facevano sparire la gente anche per questioni di proprietà, mia sorella arrivò il 6 settembre del ’94 a Kigali e mia madre era già sparita. Noi pensiamo che i militari tutsi fossero interessati alla nostra casa”.

Mentre accadeva tutto questo Jeacques,  la sorella con la famiglia dello zio dopo aver attraversato il confine, si erano stabiliti in un campo  nei pressi di Bukavu. “La gente si fermava vicino le scuole che avevano dei campi da gioco e si buttava lì – spiega Jeacques – Noi possedevamo una macchina e dormivamo all’aperto, meno male che il clima era caldo. La frontiera era piena di gente che fuggiva, non si riusciva a passare con la macchina per strada, così decidemmo di fermarci”. Anche i tutsi scappavano dalla guerra racconta Jeacques: “I nostri vicini di accampamento erano tutsi, il padre era stato ucciso dalla milizia hutu e loro erano scappati. Si stava tutti insieme, la gente scappava via dalla guerra senza pensare di quale etnia fossero le bombe”. Dopo qualche giorno l’Alto commissariato dell’Onu ha iniziato a mandare aiuti per allestire dei campi profughi. “Trovavano dei terreni liberi – ricorda Jeacques – dopo qualche settimana ci hanno dato una tenda,un chilo di mais, uno di fagioli e noi abbiamo iniziato a vivere lì. Il campo profughi era sterminato lungo fino a 4 chilometri, l’occhio non riusciva a vedere la fine. In più era pieno di persone”.  Dal Rwanda durante il genocidio fuggirono circa 8 milioni di persone arrivate poi nella regione de Kivu, tra Goma a nord e Bukavu al sud.“In quei momenti – ricorda Jeacques – non ci interessava essere nella miseria ci importava solo di non essere più in Rwanda e di essere sopravvissuti. Questo lo pensavano un po’ tutti. Vivevamo con quello che ci davano,  poi piano piano abbiamo cominciato a vivere con tutto il campo che tornava a muoversi intorno a noi – Jeacacques continua –  Le persone vivevano come se niente fosse, bevevano birra nel campo profughi e a chiacchieravano tutta la notte tra le tende. Da una parte io sapevo di aver perso tutto e di non essere più nel mio paese, ma è come se noi ancora non ce ne rendessimo conto. Se dormi mangiando una cosa così piccola non ci fai tanto caso, in quei momenti pensi più alla vita, alla fine le cose le accogli con più tranquillità, senza riflettere troppo. Quello che ancora mi impressiona è che in quella miseria la gente era solidale. Anche se non conoscevi una persona potevi condividere con questa il cibo e quello che c’era”. “ Dopo – prosegue – è arrivata la vera vita, la gente ha iniziato ad organizzare bar e mercatini nel campo profughi. Poi ho iniziato persino ad andare a scuola nel campo, in Rwanda mi mancavano 2 anni per finire le superiori,  lì frequentavo un anno un po’ più avanzato. Era un bene perchè così noi giovani ci occupavamo e non stavamo troppo in giro. Il campo profughi era diventato un mondo a sé,  si parlava Rwandese e basta, persino i congolesi venivano a comprare al mercato nero perché le cose costavano meno, certo le persone vendevano quello che si riceveva dall’Alto Commissariato”.

La guerra però non era ancora finita per i profughi ruandesi. L’anno dopo, il 1995, il regime di Kagame in quel periodo mise in scena dei processi sommari contro gli hutu accusati indistintamente di aver perpetrato il genocidio dei tutsi. Alcuni vennero portati via da camioncini militari che per pochi giorni fecero retate nel Kivu e poi tornavano carichi di profughi in Rwanda., violando tutti i diritti umani. “Tutto un popolo era scappato via perché aveva paura. Dei ribelli non si sapeva nulla e poi soprattutto sapevamo che chi tornava indietro spariva. Claudine, mio cugino e io decidemmo di scappare sulle montagne intorno al campo profughi – spiega Jeacques – mio zio invece decise di rimanere in Kivu con il resto della famiglia”.

I ragazzi intrapresero un nuovo viaggio verso Lumumbashi, una città a sud dello Zaire,  distante più di 700 chilometri, dove sapevano che c’era una comunità di salesiani. La madre di Jeacques insegnava in una loro scuola e i tre speravano di avere aiuto lì. “Ci dicemmo ‘andiamo a vedere, tanto peggio di così’ – ricorda Jeacques –  Nel frattempo eravamo riusciti a metterci in contatto con un’amica di nostra madre che viveva in Belgio e che ci mandò qualche soldo per il viaggio, Il viaggio durò 21 giorni, non me lo scorderò mai”.

La prima parte del viaggio i ragazzi la percorsero in macchina fino al lago Tanganica, da lì avrebbero preso un battello per andare a sud,  ma i viaggi non erano molto organizzati il battello partiva solo due giorni alla settimana , quindi Jeacques, sua sorella e il cugino arrivarono in un posto dove non conoscevano nessuno e avevano pochi soldi solo per prendere i mezzi. Dopo due giorni riuscirono a salire sul battello che li portò in una città chiamata Kalemin. Da lì avrebbero dovuto aspettare un treno per Lumumbashi.  Jeacques racconta: “In stazione trovammo della gente che la usava come casa, avevano fornelli e stavano cucinando. Ci dissero che il treno sarebbe passato dopo una settimana. Ironia della sorte in questi brutti momenti che ti che capita sempre qualcosa di speciale, si incontrano delle persone favolose. In quel momento passarono dei ragazzi che ci chiesero cosa facessimo lì. Ci raccontarono che loro padre era il ferroviere e ci invitarono a casa loro perché noi non avevamo dove stare. Ci diedero dei letti e parlammo molto finchè dopo qualche ora non arrivò il pranzo, polenta di mais.  La loro usanza era di mangiare tutti nello stesso piatto con le mani, noi eravamo così affamati, ma non eravamo veloci come loro. Erano sei figli e la sera, quando capimmo che la cena non sarebbe arrivata, scoprimmo che quello era il loro unico pasto, che la famiglia era povera e nonostante questo avevano condiviso il poco che avevano con noi che eravamo degli sconosciuti. Il giorno dopo – ride Jeacques – mi sono bruciato le mani per prendere un bel pezzo di polenta  in modo da non soffrire troppo la fame fino al prossimo pasto. Quando la tua vita ò in pericolo tutto il resto è secondario, ti accorgi che già alzarti la mattina e respirare è un gran dono”. Finalmente dopo due settimane il treno arrivò, ma era carico di gente, andava a vapore e arrivava al massimo a 30 chilometri all’ora. “Ci avvertirono che il treno era arrivato e che in mezz’ora sarebbe ripartito – racconta Jeacques –  prendemmo le nostre cose e scappammo via. Mentre arrivavamo in stazione il tremo ripartiva, ma era talmente lento che riuscimmo a salire, io entrai dentro solo dopo un’ora. Durante il viaggio il treno deragliò 4 volte, a malapena ce ne accorgevamo. Si poteva scendere camminare a piedi e poi risalire sul treno tranquillamente, tanto era lento. Nella foresta non si vedeva un’anima viva”. Alla fine cambiarono mezzo e presero un treno merci carico di banane e soldati: “I vagoni erano container, io mi ammalai gravemente di malaria. Dopo 3 settimane per fortuna arrivammo a Lumumbashi, dove un prete chiamato Inoccent Moussumba, il direttore dell’ospedale mi ricoverò”.  Dopo la guarigione Jeacques venne ospitato insieme con il cugino in una comunità per bambini di strada, la sorella venne trasferita in un collegio di suore, le serve di San Giuseppe. “A Lumumbashi ricominciammo a vivere, dopo il viaggio  riprendemmo la scuola”.  Dopo poco anche in Zaire iniziò la guerra. Nel 1996 Lorein Kabila con l’appoggio dei ribelli tutsi, che combattevano per lui e formavano le milizie ruandesi, invasero il Congo per destituire Mobutu che era al potere dal 1965. “Furono accolti come salvatori perché la gente non ne poteva più di Mobutu. La gente diceva che non era vero che erano rwandesi, ma congolesi. Noi eravamo stanchi di fuggire e ci trovavamo bene a Lumumbashi, ci eravamo integrati e facevamo una vita tranquilla. Dopo poco ci siamo accorti che i militari che entravano in Zaire erano tutsi, noi avevamo paura di essere scoperti e uccisi – ricorda Jeacques – A mio cugino mancavano pochi mesi per il diploma. Noi siamo partiti con dei falsi documenti e abbiamo lasciato lui a Lumumbashi. Siamo andati ancora a sud, nello Zambia, aiutati dai padri salesiani e dalle persone che avevano lavorato con mia madre”. Jeacques e Claudine si trovarono unto e a capo in un posto sconosciuto nella capitale Lusaka.  “In Zambia come in ogni posto dove siamo stati, abbiamo trovato delle persone che ci hanno aiutato. Una coppia di ruandesi con una casa minuscola in cui dormivamo in 5. Mia sorella dormiva dai vicini, era un quartiere popolare.

Lo Zambia poi è un paese anglofono, quindi dovemmo imparare anche l’inglese. Lì inizio il tram tram con l’Alto Commissariato per vederci riconosciuto lo status di rifugiati”. Dopo 6 mesi Jeacques e la sorella, aiutati come prima dall’amica suora della madre che viveva in Belgio andarono a vivere da una comunità di suore canadesi le Ladies of Africa che diedero loro una casa, mentre in Belgio preparavano i documenti per l’espatrio. “Nel’Ottobre 1998 mia sorella ricevette il visto per il Belgio io no, non so perché. Lei partì allora decisi di iscrivermi all’Università, avevo 20 anni,  scelsi marketing – ricorda Jeacques – io però ero in contatto anche con il mi padrino, il signor Kanisa, che vive a Parma,  mi disse che avremmo provato a chiedere un visto per l’Italia. Nel maggio del 1999 è arrivato,  sorrisi e mi preparai a partire”.  Poi continua: “Per me fu uno shock arrivare nel ‘paese dei bianchi’, avevo visto qualcosa in tv, ma era tutto diverso. Prima di tutto quando arrivai e vidi solo bianchi, poi le strade pulite, le case a posto, le belle macchine, niente macchine scassate. Scesi a Roma dove presi il treno per Parma. A Parma all’inizio non volevo uscire di casa ero molto scettico. Abitavo a Vicomero con la famiglia del mio padrino che mi aveva accolto”.

Jeacques arrivò con un visto per studio, quindi era già pre iscritto all’Università di Parma,  alla facoltà di Ingegneria, ma doveva ancora imparare l’italiano. “Ho avuto un’estate per imparare la lingua, passavo le giornate a studiare con libri e cassette. In 3 mesi riuscivo a comunicare per lo meno, grazie anche all’aiuto dei ragazzi del gruppo parrocchiale di Vicomero con i quali uscivo e che parlavano con me solo in italiano. A Settembre ho fatto l’esame per essere ammesso come studente straniero, lo passai senza problemi anche perché era veramente facile. Poi è iniziata la vera sfida. Il primo anno ho passato 8 esami su 10, ma questo avvenne perché venivo da una situazione talmente disperata che ho dato veramente tutto me stesso, più di quanto abbia mai dato. Ricordo la soddisfazione quando passavo gli esami,  mi ritenevo così fortunato ad essere vivo. Dormivo pochissimo, studiavo sempre, quando mi chiedevano di uscire io rimanevo a casa. Ero fermamente convinto di dover costruire qualcosa per il mio futuro. Il senso della vita per me era studiare, era l’unico modo per dare senso alla mia vita. Solo quando arrivarono i risultati a fine anno accademico cominciai ad avere una vita sociale. In quel momento combattevo ancora con i miei demoni interni,  ma poi conobbi i primi amici italiani e non, così iniziai a vivere”.

Oggi Jeacques compie 30 anni, è laureato in Ingegneria informatica e lavora per una ditta di Bologna, ma ancora qualcosa da dire su quello che è successo al suo paese. “Da una parte penso che siamo stati noi ruandesi ad ammazzarci fra di noi,  però penso anche che l’Onu se ne sia lavato le mani. Nel mio paese c’erano delle truppe che dovevano mantenere la pace e che sono state evacuate quando è scoppiata la guerra. C’è stata complicità politica e menefreghismo,  perché tutto questo non quadra. Penso che sia stato tutto un gioco di potere perché le forze internazionali avevano i mezzi per combattere. Nella scuola dove insegnava mia madre si erano stabiliti i belgi, ma anche dei tutsi e pochi hutu, tutti terrorizzati, convinti di trovare riparo con i militari dell’Onu. Quando gli occidentali sono stati evacuati fuori ad aspettare i ruandesi c’erano le milizie hutu. Le persone spaventate volevano andare via con loro, ma i belgi li hanno convinti a rientrare in un salone dove gli avrebbero dato qualcosa da mangiare. Invece li hanno chiusi dentro e sono scappati via. In quel posto sono morte circa 6000 persone, non è una finzione. Chiedere scusa è una cavolata perché qualche anno dopo, nel ’96 quando lo Zaire è stato invaso, sono morte altre persone e l’Onu ha agito in modo molto simile. Invece di risolvere le cose creano solo più casino”. Poi conclude noni non siamo né hutu né tutsi, siamo ruandesi”.

Jeacques e la sorella possiedono la loro casa di Kigali che gli zii hanno rivendicato per loro al loro ritorno nel Rwanda, nel 1996. Nonostante lui si trovi benissimo in Italia la nuova guerra che deve affrontare è quella per il rinnovo del permesso di soggiorno che gli scadrà a fine anno, peccato che l’appuntamento per il rinnovo gli ò stato dato per il 26 Gennaio 2009. Lui ci ride su e afferma:

“Speriamo che non mi becchino da clandestino, altrimenti mi tocca ricominciare tutto da capo”.

http://presidente.provincia.fi.it/murales.aspx?id=3095