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Un report accusa l’Italia di aver partecipato agli interrogatori nella prigione degli orrori

 »Deposizioni non secretate, rilasciate da detenuti a Guantanamo residenti in Italia, indicano che gruppi di agenti italiani si sono recati a Guantanamo per interrogare prigionieri in almeno tre occasioni diverse. Queste visite hanno avuto luogo nei primi tre mesi dell’attività della prigione, cioè quando la tortura e i trattamenti crudeli, inumani e degradanti erano all’ordine del giorno ».

Il coinvolgimento dell’Italia. Questa l’accusa, supportata da testimonianze e verifiche, che Reprieve, un’organizzazione non governativa con sede a Londra che si occupa di assistenza legale alle persone coinvolte nella ‘guerra al terrorismo’ delle quali siano stati violati i diritti inalienabili, lancia all’Italia. In particolare sono sette i casi in esame, tutti di cittadini tunisini residenti in Italia all’epoca dell’arresto che gli è costata la detenzione a Guantanamo. Lofti bin Alì, Saleh Sassi, Adel Ben Mabrouk, Lofti bin Swei Lagha, Hedi Hamamy, Adel al-Hakeemy e Hisham Sliti.

Le responsabilità italiane nell’odissea di queste persone è diretta. Reprieve, infatti, dimostra come tutti loro sono stati catturati in Pakistan o in Afghanistan su informazioni, rivelatesi infondate, delle forze di polizia o d’intelligence italiane. Tutti e sette, adesso, sono stati scagionati da qualsiasi accusa e sono in sostanza liberi di tornare a casa. Ma qui sta il punto: la Tunisia, per unanime parere delle priincipali organizzazioni internazionali, è un Paese nel quale viene praticata sistematicamente la tortura. Non possono essere rispediti in patria dunque, dove nel frattempo (e sempre partendo dalla responsabilità oggettiva degli italiani) in contumacia sono stati condannati a pene dai dieci ai quaranta anni. Per non aver fatto nulla. Queste sette persone, dunque, si ritrovano in un limbo giuridico. Riconosciuti innocenti, non possono essere rimpatriati in Tunisia. L’unica soluzione sarebbe che l’Italia si facesse carico delle sue responsabilità e permettesse loro di tornare in Italia. Nonostante sia l’esecutivo Berlusconi che quello Prodi, come ricorda il report di Reprieve, si siano dichiarati contrari a Guantanamo, nessuno ha mosso un dito per queste persone, alcune delle quali erano in possesso di un regolare permesso di soggiorno in Italia, dove hanno ancora la famiglia, quando vennero arrestati.

Assunzione di responsabilità. Una storia assurda, che mostra come nell’inferno di Guantanamo l’Italia è coinvolta. Come detto, grazie a informazioni (infondate) dell’intelligence italiana è stato attribuito a tutti e sette i cittadini tunisini quello status di ‘nemico combattente’, obbrobrio giuridico che permetteva alle autorità statunitensi di rinchiudere i sospetti a Guantanamo senza garantire loro il rispetto degli elementari diritti umani. La responsabilità italiana non finisce qui. Durante la detenzione, in almeno tre occasioni, ufficiali dei Carabinieri, della Polizia e del Sismi (il servizio segreto militare italiano) si sono recati a Guantanamo per interrogare i sette tunisini. Le loro testimonianze concordano nel riferire che a tutti gli agenti italiani venne chiaramente detto quali erano le terribili condizioni di detenzione e quali le torture subite. Inoltre, in tutti e sette i casi (ma Reprieve ne può documentare più di 680 in totale), l’Italia ha concesso il diritto di sorvolo agli aerei statunitensi che dal Pakistan o dall’Afghanistan portavano i detenuti sospetti a Guantanamo. Violando ancora la legge. Esiste già un precedente, peraltro, di come la responsabilità italiana verso quello che è accaduto a cittadini stranieri residenti sul suo territorio sia dimostrata. La Corte Suprema del Canada, nei giorni scorsi, ha accolto il ricorso di un ex detenuto di Guantanamo, che chiedeva di veder riconosciuta la responsabilità del Paese nordamericano nel quale risiedeva per la sua ingiusta detenzione.

Il report di Reprieve, nelle conclusioni, chiede all’Italia di mettere a disposizione degli avvocati difensori dei detenuti tutte le informazioni in suo possesso per preparare un’adeguata difesa dei loro assistiti, di proteggere queste persone che risiedevano in Italia, evitandogli il ritorno in Tunisia dove verrebbero torturati, e di favorire il ricongiungimento con le loro famiglie residenti in Italia.

Il documento non aggiunge che, dopo tutto, è il minimo che l’Italia possa fare per questi sette innocenti.

Christian Elia