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MILANO – Seedorf, vogliamo parlare un po’ di calcio e responsabilità sociale?
« Volentieri. Partiamo da un dato innegabile: il calcio dà una visibilità enorme e consente di lanciare segnali molto forti. C’è chi sfrutta questa possibilità, chi no, chi vorrebbe ma non sa come. Io credo che noi dobbiamo dare l’esempio e comportarci bene in campo, soprattutto pensando che ci guardano i bambini e che per natura i bambini sono portati a imitare i gesti. Cassano mi è molto simpatico, ma se dopo aver segnato un gol tira un calcio alla bandierina del corner e la rompe, e questo gesto le tv lo ripropongono decine di volte, c’è da scommettere che sarà imitato. E’ solo il primo esempio che mi viene in mente, ma potrei parlare di sputi, gomitate, proteste eccessive. Finché siamo sotto i riflettori, il comportamento dev’essere serio e responsabile. Basta perdere il controllo per due secondi e si finisce su You Tube ».

Ho letto del playground che ha realizzato in Olanda e mi ha colpito il fatto che ci siano spazi per i bambini e anche per i vecchi.
« Mi sembra una cosa logica. O ragazzi giocano a calcio o a basket, i vecchi a bocce. Sono partito dall’idea di riavvicinare le persone. Qui in Italia voi pensate che l’Olanda sia un paradiso per l’integrazione, invece è dura. Il playground è attaccato alla scuola dove ho studiato dai 6 ai 12 anni. La città è Almere, mezz’ora d’auto da Amsterdam, cioè una bella distanza, per l’Olanda. Io sono nato per crescere, mi dicevo fin da piccolo. Una volta cresciuto, e sapendo che il calcio mi ha dato moltissimo, cerco di rendere qualcosa. A dieci anni sono entrato nella scuola calcio dell’Ajax, in una situazione diversa da quella attuale ».

E’ vero che ai bambini venivano fatti occupare tutti i ruoli, per abituarli a sbrigarsela in ogni zona del campo?
« E’ vero ed è una cosa utile. Io ho giocato in tutti i ruoli, tranne portiere e terzino sinistro. Una volta, da stopper, ho anche preso 8 nelle pagelle. Ma il numero che sento mio è il 10, lo stesso che avevo da ragazzo e che aveva mio padre Johan quando giocava da dilettante in una squadra di cui era anche allenatore e presidente ».

Si direbbe che organizzare sia una cosa di famiglia.
« Mio nonno Frederick era figlio di uno schiavo. Le radici, da qualche parte in Africa, quasi certamente costa orientale. Non mi raccontava favole, non aveva tempo. Capirà, con 19 figli. E’ morto a 96 anni, è stato in gamba fino all’ultimo. La via che porta al nuovo stadio di Paramaribo, inaugurato nel 2001, è intitolata a lui. E’ stata la prima impresa in cui mi sono lanciato. Almere è la seconda. La città è cresciuta in fretta, con relativi problemi di malessere sociale. Dopo tre mesi di playground, il tasso di criminalità era calato del 30%. Adesso è frequentato anche dai musulmani, un po’ restii all’inizio. In cantiere il progetto, già avviato, di Malmberg, vicino Capetown, In Sudafrica. Poi, forse, Djibuti e il Vietnam. Certamente Milano. Pochi giorni fa mi ha ricevuto il sindaco Moratti e mi ha dato pieno appoggio. Vorrei coinvolgere nel progetto, messo a punto dall’università Cattolica, sia il Milan sia l’Inter. So che nel sociale queste due squadre hanno progetti loro, come li ha Gattuso, come li ha Zanetti, come li ha Cordoba. Io penso che tutti insieme si possa fare di più e di meglio. E sarebbe utile anche per i tifosi, vedere un impegno comune ».

In che senso?
« Nel senso che intorno al calcio in Italia c’è troppo odio, come in una guerra non dichiarata. Su una vittoria o una sconfitta si ricama per mesi. Per me non esistono nemici, solo avversari, e solo per il tempo della partita. Devo ringraziare chi mi ha dato una cultura sportiva, i primi maestri ».

Si ricorda il primo, all’Ajax?
« Certo, Hermann Boorman. Di calcio non sapeva molto, tant’è che veniva dal ciclismo. Ma è stato fondamentale nella mia formazione. Quando dico che oggi è diverso, all’Ajax, è perché l’allenatore delle giovanili pensa già a quando diventerà allenatore della prima squadra. Invece Boorman non inseguiva promozioni e ci insegnava a stare insieme. Prima che istruttori, servono maestri di vita, tutor noi li chiamiamo. Nei playground sono presenti e pagati bene, perché è in questo settore che bisogna investire, altro che tagli. Serve una competenza specifica, passione e buona volontà sono importanti ma da sole non bastano. A livello educativo si gioca il futuro di una nazione, il resto sono chiacchiere. Guardi, io mi giudico un essere umano fortunato e so di non essere perfetto, nemmeno vorrei esserlo. Vivo con gli occhi aperti, so di non aver finito il mio percorso di crescita, anche spirituale ».

Lei è credente?
« Credo in un Dio che non ha nome né colore. Lo cerco in me stesso e negli altri. Di più onestamente non saprei cosa dire ».

Parliamo degli altri, allora. Secondo lei l’Italia è un paese razzista?
« Secondo me l’Italia è un bellissimo paese popolato in gran parte da bellissime persone. Non è un paese razzista, bisogna stare attenti a usare questa parola a proposito. Più circola la parola « razzismo » più si fa propaganda al razzismo. Io farei circolare la parola « integrazione ». In Italia semmai c’è una forma di stupidità culturale che porta alcuni, insoddisfatti della propria vita, a un comportamento spregiativo e aggressivo nei confronti dei più deboli. Stupidi sì, ma non fino al punto di prendersela coi più forti. S’è visto mai, questo? I più deboli sono gli zingari, gli immigrati dai paesi poveri d’Europa, quelli che vengono dall’Africa, ma sono anche gli italiani poveri, i senzatetto come quello che è stato bruciato a Rimini. Non è razzismo ».

Nel caso del ragazzo ghanese pestato a Parma dai vigili urbani, lei di che parlerebbe?
« In quel caso, di razzismo. Ma io sono contrario, se vuole saperlo, alle sanzioni dell’Uefa per i campi dove qualche spettatore intona cori razzisti, la squalifica più recente è toccata all’Atletico Madrid. Non trovo giusto che tutta una tifoseria paghi per il comportamento di pochi. Trovo giusto che si educhi uno stupido affinché perda un po’ della sua stupidità. Aiutare, non punire. Oppure sì, punire, ma quando s’è fatto di tutto per aiutare ».

Thuram non la pensa allo stesso modo.
« Ho il massimo rispetto per Thuram, direi che in fondo nessuno di noi due ha torto, perché abbiamo le stesse finalità. Io sono per l’educazione, non per la repressione. Già partire da un vivaio con tante etnie sarebbe utile. Se una squadra multietnica va bene, perché una società no? »

Lei ha tifato per Obama?
« Speravo che vincesse e sono felice che abbia vinto. Gli Stati Uniti hanno un passato triste, non esemplare. Credo che Obama incarnerà un potere dal volto umano e sarà un buon leader. Al di là della sua persona, è importante il voto degli americani. E’ un voto che taglia col passato, che invita a guardare avanti con speranza, con fiducia ».

A suo parere, cosa c’è da cambiare nel calcio?
« Bisogna sfruttare di più la tecnologia. Sensori, chip nel pallone, moviola a bordocampo ».

Preferisce la tecnologia all’uomo?
« No, perché è l’uomo che ha creato la tecnologia. Preferisco una moviola a bordocampo che cento moviole per tutta la settimana, e mille sospetti e insinuazioni. Si potrebbero dare tre bonus a squadra, e in caso di fuorigioco dubbio lasciar proseguire l’azione e poi controllare. Ma la prima cosa da migliorare è l’aria che si respira sui campi. A me piacerebbe che la Federazione o il Coni, non so da chi dipende, cambiassero il regolamento e rendessero obbligatorio il terzo tempo. Se dobbiamo salutarci prima della partita, perché dopo no? Servirebbe a togliere un po’ d’odio dagli stadi ».

A Firenze si regolano così.
« Bravi loro, ma occorrerebbe imporlo su tutti i campi. Già che si parla di Firenze, chiedo: perché il minuto di silenzio per la scomparsa della moglie di Prandelli s’è fatto solo a Firenze? Prandelli è una bravissima persona, fa parte del nostro mondo, il suo dolore era anche nostro ma non abbiamo potuto dirglielo pubblicamente. Lo so, io sono quello che s’è rifiutato di mettere il lutto al braccio quando il ragazzo tifoso della Lazio è stato ucciso da un poliziotto. E sono vicino alla sua famiglia, da quando so come sono andate le cose. Ma quella domenica non lo sapevo, nessuno ci ha detto chi era morto, come e perché. Un lutto al braccio è un segnale forte, non trovavo giusto mettermelo automaticamente, come un robot. Un’altra cosa che farei, potendo, è di abbattere tutte le barriere dentro gli stadi. Chiamare tutti a una prova di maturità collettiva. Finché ci saranno gabbie, steccati, divisioni, ci saranno tifosi immaturi o emotivamente instabili »

Tornando ai playground, la sua fondazione si chiama Champions for Children. Quali altri calciatori ne fanno parte?
« Per ora solo io. Ma Champions è da intendere in senso più vasto, come campioni della vita, gente che ha avuto successo. Possono essere attrici, cantanti, industriali, per me non è importante. Importante è trovare i quattrini ».

Si diverte ancora, in campo?
« Mi diverto, alla lettera, solo quando gioco da 10 classico dietro a due punte. Siccome non mi pagano per divertirmi ma per fare gli interessi della squadra, gioco più indietro. La mia evoluzione nel calcio è un continuo arretrare, ma va bene anche così, visto che il mio fisico me lo consente ».

Cosa pensa di fare, dopo?

« Non ci penso. Mi sento ancora giovane e forte ».

LaRepubblica.it