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20081104_resultsStanotte verso le 4,00 del mattino sono stato svegliato nel sonno profondo da un suono continuo e altissimo che non lasciava respiro.

Prima sembrava fosse nel sogno, poi nella testa, poi quando mi sono accorto di essere sveglio ho pensato provenisse da qualche parte della casa. Era fortissimo, spaventoso, shoccante, un urlo di sirena senza variazioni, cedimenti o pause. Mi sono alzato nel buio per cercare di individurarne l’origine, la fonte, forse un’apparecchio elettronico impazzito, il telefono, il televisore. Ma in casa tutto era posto, l’urlo, il suono arrivava da fuori, entrava da tutte le finestre, tendeva l’aria, non aveva origine precisa, pareva sparato dal cielo come un’arma da guerra psicologica. Finalmente sono uscito dalla surrealtà del dormiveglia e ho immaginato che potesse essere l’allarme di una casa. Anche mia moglie si è alzata, abbiamo aspettato alcuni minuti, ma l’urlo non smetteva né diminuiva di intensità, in strada non c’era nessuno, tutte le persiane delle altre case rimanevano chiuse e buie, sembravamo gli unici a sentire questo suono, eppure doveva avere svegliato tutto il quartiere. Di nuovo, come ho potuto constatare in altre occasioni, la gente dell’oltretorrente se ne stava barricata in casa, spiando magari da dietro le persiane, ma senza dare segni di vita, senza sporgersi alla finestra, senza accendere le luci. Visto che nulla si muoveva, che il suono lancinante non cessava, ho chiamato il 113 e nell’attesa, non potendo dormire, non potendo fare niente, abbiamo acceso la televisione.

Erano le 4.07, Obama era in testa alla corsa elettorale, 207 grandi elettori contro i 135 di McCain, mancavano ancora i risultati della California, dello stato di Washington, della Florida, delle Hawaii, ma ormai sembrava fatta. Sulla CNN scorreva il blu e il rosso degli Stati, la composizione del congresso, le proiezioni del senato. Alle 4.20, il suono, così come d’improvviso era venuto, se ne è andato restituendoci il silenzio ed il respiro. Due minuti dopo è arrivata una volante con due Carabinieri, ho indicato loro da dove secondo me proveniva l’allarme hanno ispezionato un po’ gli stabili, la strada, ma non c’era traccia che lasciasse pensare ad un’effrazione, ad un furto, uno scasso. Alle 4,35 se ne sono andati senza che si fosse potuto appurare da dove era scaturito quel suono e cosa l’avesse fatto scattare. Ormai non avevo più sonno, la battaglia elettorale era in pieno corso, alle 5,00 ci sarebbero stati i risultati decisivi per le elezioni, così ho deciso di rimanere attaccato alla TV, di vivere in diretta quello che stava per diventare un momento epocale. E così è stato.

Alle 5.00 Barack ha superato la soglia dei 270 delegati necessari per diventare Presidente, la folla radunata a Chicago e in altri luoghi degli States è impazzita, moltissimi piangevano, come il Senatore nero Jackson, immobile, muto in mezzo alla gente che applaudiva e saltava. C’era un’emozione fortissima, la sensazione che stava accadendo qualcosa di grande, che si stava facendo la storia. Alle 5.20 ha preso la parola McCain da Phoenix e il suo è stato un discorso bellissimo, toccante, da brividi, per tutta la prima parte ha parlato solo di Obama, di quanto fosse grande, forte, vigorosa una nazione che era in grado di eleggere un presidente come Barack a soli 40 anni dagli ultimi conflitti razziali. Ha zittito i fischi, gli ululati, ha richiamato tutti all’unità, a sentire Obama come il proprio Presidente, perché solo un’America unita potrà affrontare le enormi sfide che si presentano, ha richiamato i valori di libertà e democrazia in cui si riconosce tutto il paese, ha detto che quella notte più che mai si sentiva orgoglioso di essere americano, di avere servito per tutta la sua vita una nazione che non resta passiva davanti a alla storia, ma che la storia la fa.

Poi è iniziata l’attesa per il discorso di Barack, ci sono stati i primi commenti, le prime analisi, c’è stato un intervento surreale di Gore Vidal che ha lasciato senza parole un anziano e composto commentatore della BBC. Infine è salito sul palco Obama e qui c’è stata davvero la senzazione che stesse succedendo qualcosa di unico che apriva un’epoca, qualcosa che avrebbe fatto ricordare ad ognuno dov’era e cosa faceva quel momento, quel giorno. Obama ha ringraziato famiglia, collaboratori ed elettori, ha detto molte cose e sarebbe inutile e lungo riassumerle qui tutte, lo faranno meglio e con più precisione i giornali. Ne riporto due che per me sono il succo: il cambiamento ha vinto (change has won), ma non è questa elezione, questo giorno che cambia le cose. Questo risultato è solo l’opportunità (a chance) per cambiare le cose. Se queste potranno davvero essere cambiate in meglio dipenderà dal lavoro, dall’impegno, dalla collaborazione di tutti. E le cose da fare sono tante a partire dall’economia, dall’energia, dalla scuola, dal sistema sanitario, dalla pace. C’era lì tutta la capacità e la forza dell’America di rinnovarsi e di rigenerarsi, di guardare al futuro, di affrontare senza paura il nuovo aprendo nuove strade, facendo davvero la storia. Poco prima del discorso, una signora sessantenne intervistata tra la folla aveva detto di avere votato Obama perché il mondo in pochi anni era profondamente cambiato, erano emersi nuovi problemi e sfide globali che richiedevano un profondo cambiamento per essere affrontati, un nuovo modo di pensare.

Alle 6.35, tornata la parola ai commentatori, ho spento la televisione, i piedi e le mani gelati, i brividi nella schiena per il flusso di emozioni, per il freddo che senza accorgermene mi ero preso stando più di due ore scalzo e in maglietta sul divano. A quel punto mi sono svegliato una seconda volta, dopo che l’urlo di una sirena mi aveva strappato dal letto e proiettato nel sogno americano come se fosse anche il mio, mi sono ricordato di vivere in Italia. Inevitabilmente ho pensato ai rappresentanti e ai leaders nostrani che da 15 anni occupano la scena politica. Dopo quanto era successo nella notte, i loro volti, le loro idee, le loro parole, già in partenza così vecchie, datate, inadeguate ai tempi, mi apparivano ora ancor più decrepite, giurassiche, espressione di un’era geologica definitivamente chiusa. Fossili viventi che si ostinavano a non accettare un’estinzione già avvenuta. L’alba filtrava dalle finestre e mi appariva ormai chiaro che era giunta l’ora di svegliarli dal loro sogno, di suonare la sirena, di dare anche qui una chance al cambiamento.

Nicola Dall’Olio