Articles tagués ‘razzismo’

08/02/2010

Permesso di soggiorno a punti: come strumentalizzare le necessità

meltingpot.org
È ormai trascorso più di un anno da quando, con amara ironia, pubblicavamo un articolo intitolato: “Permesso di soggiorno a punti: proposte leghiste per un razzismo creativo”. Avevamo sperato che almeno questa parte del pacchetto sicurezza entrato in vigore nel 2009 fosse stata dimenticata.
Invece no, la Lega non si concede distrazioni quando si tratta di rendere difficoltosa l’esistenza di chi non è italiano di origine, e di alimentare l’aria di apartheid che tira ormai da anni in questo paese. C’era da aspettarsi, effettivamente, che questo Governo, a corto di idee e di capacità di impegnarsi rispetto ai problemi reali di un paese in grande difficoltà economica e sociale, rispolverasse e rendesse attuative queste disposizioni a poche settimane dai fatti di Rosarno e mentre in tutta Italia fervono i preparativi per il primo marzo, “Un giorno senza di noi”.
In cosa consisterà la nuova corsa a ostacoli che si abbatterà sui cittadini di origine straniera verrà definito nei dettagli quando il Consiglio dei Ministri voterà il testo presentato da Maroni e Sacconi, ma i principi ispiratori e i nodi principali sono già stati fissati con sufficiente chiarezza.
Dopo due anni dal suo ingresso in Italia, il cittadino di origine straniere dovrà dare prova della sua avvenuta “intergrazione” attraverso un esame di lingua, una prova di educazione civica (conoscenza della costituzione), la dimostrazione della regolare iscrizione dei figli a scuola, l’esposizione di una fedina penale pulita e persino la mancanza di reati amministrativi particolarmente gravi.
Rispetto alla lingua nazionale è alquanto surreale che proprio il partito che fonda le sue radici sulla teoria della secessione dall’Italia ne faccia requisito primo di permanenza sul territorio. Sarebbe interessante verificare quanti degli elettori della Lega Nord utilizzano abitualmente la lingua italiana al livello A2 proposto come parametro dal decreto, invece che il dialetto stretto delle loro Regioni.
Per quanto riguarda la conoscenza della Costituzione non occorre nemmeno ricordare quanto poco essa venga insegnata nelle scuole e conosciuta dai cittadini perché basta riguardare in rete una recente puntata de “Le Iene” nella quale nessuno dei Senatori e Deputati intervistati (con criterio bipartisan) aveva la più pallida idea di quali fossero i contenuti dei primi tre articoli della Legge fondamentale dello Stato italiano. E cosa dire dei carichi pendenti della maggior parte degli uomini di potere di questo paese?
Gli stranieri, insomma, dovrebbero adeguarsi a un modello di cittadino italiano che non esiste, dovrebbero diventare “più italiani degli italiani”, e dimostrare così la loro sincera voglia di sottomettersi alle regole imposte (solo a loro) dalla società in cui si sono ritrovati a vivere. Non bastava accettare la dequalificazione lavorativa e lo sfruttamento, restare quasi sempre in silenzio rispetto agli insulti e alle violenze, accettare l’esclusione dalla maggior parte dei diritti previsti per i vicini di casa o i colleghi italiani.
Certamente, però, non dovranno farlo a lor spese, aggiungono i Ministri che hanno già tutto predisposto: sarà lo Stato, ad esempio, a pagare i corsi di lingua. Non si sa con quali risorse. Basta fare un giro tra le stanze delle scuole di italiano tenute in piedi in tutta Italia da volontari, spesso all’interno di Centro sociali o comunità cattoliche, per capire come da anni siano questi luoghi a supplire alla mancanza totale di una voce di welfare per i migranti, a fronte di una spesa per le politiche repressive attuate nei loro confronti che viene costantemente incrementata. Sarebbe una novità, quindi, se per una volta dei soldi italiani venissero stanziati per fornire dei servizi a queste persone che nella stragrande maggioranza dei casi pagano contributi e tasse che permettono al nostro Pil di non affondare, senza mai vedersi tornare indietro il minimo vantaggio legittimo (per i migranti ad esempio, non è prevista alcuna forma di pensionamento, indipendentemente da quanti anni abbiano lavorato sul territorio italiano).
Fa rabbia, però, che la prima dichiarazione di intenti rispetto alla costruzione di un welfare che operi in questo senso parta da proposte mosse solo dalla voglia di escludere, invece che di includere o anche soltanto, per usare una parola sempre più ambigua, di “integrare”.
Necessità reali, come ad esempio quella che le madri straniere di bambini nati in Italia riescano a comunicare con i maestri di scuola o con i pediatri, vengono così strumentalizzate per lanciare l’ennesimo messaggio razzista e di “messa alla prova”, la cui volontà di base è evidentemente quella di trovare sempre nuovi modi per accentuare una separazione della popolazione necessaria, oggi più che mai, alla gestione del potere.

Alessandra Sciurba
15/09/2009

La Lega e il rischio dell’apprendista stregone

Non si può finire per legittimare (anche senza volerlo) violenza e razzismo

di Federico Brusadelli

«Non voglio che i negri mi tocchino. Tutti a casa. Bossi ha ragione». Non era un militante leghista, l’operaio ricoverato per ustioni all’ospedale di Padova, e probabilmente la rabbia e la sofferenza fisica – come ha spiegato chi lo conosce – lo hanno mandato fuori di sé. Ma ha trovato la forza per scendere dal letto e scagliarsi contro l’infermiera congolese – regolarmente assunta, con regolare contratto e regolarmente residente in Italia – che gli era stata assegnata per la notte. Usando, come appiglio, la sua interpretazione personale delle posizioni di Umberto Bossi e della Lega.  È ovvio che né Lega né il suo leader darebbero il minimo appoggio, né la minima giustificazione, a un gesto del genere. Ma il fatto che qualcuno nel suo inconscio, tirato fuori dallo shock e dalla sofferenza, possa costruire un legame tra il leader di un partito politico – per altro parte della maggioranza di governo – e un atto di violenza razzista, è un segnale preoccupante. Ed è lo stesso legame che, almeno così sembra, hanno trovato a Venezia due uomini ubriachi per giustificare la loro aggressione nei confronti di due camerieri albanesi. «Che cazzo vuoi, fammi vedere il permesso di soggiorno». E poi le botte. Sembra che avessero qualche slogan leghista impresso sulle loro camicie verdi.Nessuna responsabilità di Bossi, del suo partito e dei suoi rappresentanti. Questo è ovvio. Ma il punto è un altro, ed è un problema che dovrebbe preoccupare in primis proprio la Lega (un partito, fra l’altro, che del rispetto della “legalità” a tutti i costi ha fatto una bandiera: e la violenza è per sua stessa natura illegale). Il punto è che un partito non può rischiare di trasformarsi – più o meno involontariamente – in un “portatore sano” di intolleranza, in un brand per sponsorizzare il razzismo e la violenza. Le idee politiche non possono diventare lo scudo dietro cui l’imbecille di turno si senta legittimato a dar sfogo alle sue frustrazioni. È un problema serio, che potenzialmente  riguarda tutti i soggetti che fanno politica, sempre e dovunque. Ma, in questo particolare momento, è un problema che riguarda la Lega più di altri. Umberto Bossi non istiga nessuno alla violenza, ci mancherebbe. Ma c’è un rischio: che cavalcando con troppa veemenza gli umori e gli istinti del “popolo”, stimolando le paure che sempre serpeggiano nella società, costruendo fortini per difendere la terra e il sangue, si riempiano le urne ma poi, alla lunga, si scatenino effetti perversi. Perché poi, presa la strada della demagogia (anche se sfumata e ambigua, e anzi forse per questo ancora più insidiosa), non è tanto facile fare marcia indietro: non è semplice, poi,  dire che erano solo slogan un po’ caricati, magari si è esagerato con le provocazioni, erano solo “sparate”, la gente non ha capito, ha preso tutto troppo sul serio. Intanto le parole hanno scavato, nelle teste e nelle pance. E passi se gli slogan, le provocazioni e le “sparate” a fini elettorali riguardavano la secessione con i fucili o la Padania indipendente. Ma se si toccano temi come la dignità umana, i diritti dell’individuo, i fondamenti della convivenza e del rispetto, ecco, in questi casi la situazione si fa più delicata. Se qualche esaltato in camicia verde, o qualche leghista autoproclamato va in giro a menare le mani o dà libero sfogo alle sue pulsazioni razziste non è colpa della Lega né di Bossi. Ma è un problema della Lega e di Bossi. Un problema che devono risolvere con chiarezza. Per non fare la fine dell’apprendista stregone; perché ci vuole poco a perdere il controllo della situazione; perché, purtroppo, c’è sempre chi è alla ricerca di legittimazioni per i propri gesti insensati e violenti. E a fornirgliele non può essere – neanche alla lontana, neanche indirettamente – chi rappresenta le nostre istituzioni.

15/09/2009

Padova, ustionato grave rifiuta le cure da infermiera di colore: “Non voglio che i negri mi tocchino”

Padova, 14 set. (Adnkronos) – Un uomo di 56 anni e’ andato in escandescenza quando ha notato che a prendersi cura di lui sarebbe stata una infermiera di colore. Al 56enne, un operaio ricoverato al ‘Centro grandi ustioni’ dell’ospedale di Padova, sono state diagnosticate ferite su tutto il corpo. Le lesioni sono piuttosto gravi ma nonostante il dolore l’uomo, travolto da una fiammata al lavoro, fuori di senno e’ riuscito ad alzarsi dal letto e ad insultare l’infermiera notturna: una congolese di 40 anni.

Non voglio che i negri mi tocchino. Tutti a casa. Bossi ha ragione“: sono queste le dichiarazioni dell’uomo riportate dal sito del quotidiano ‘Il Mattino di Padova’. Il 56enne, definito dai suoi colleghi di lavoro come una brava persona, e’ stato riportato alla calma con una iniezione dal personale ospedaliero e poi dalla Polizia che e’ intervenuta e ha fatto rapporto sulla vicenda. L’infermiera, regolarmente assunta all’ospedale padovano dopo aver superato un regolare concorso, si è detta sconvolta.

21/08/2009

Oliviero Toscani sul razzismo “Dovremmo tutti imparare a partire”

SOLEMI02: SPECIALE_3D-Z_DOMENICA-05  ... 12/07/09

Io stesso sono un immigrato” si presenta così Oliviero Toscani, il fotografo italiano di fama internazionale al quale abbiamo chiesto un parere sul fenomeno dell’immigrazione in Italia. Chi sono i “nuovi italiani”? “Sono persone. Persone come me e come chiunque altro, solo che invece di nascere e morire nello stesso posto ad un certo punto e per mille motivi cambiano vita. Come me quando lasciai Milano per studiare e per lavorare. Fosse per me, renderei obbligatorio per tutti diventare immigrati, prendere a andare via. Mi riferisco ai giovani e non solo che dovrebbero viaggiare per l’Europa e per il mondo, combattendo quel campanilismo culturale che ci distingue”. In Italia esiste il razzismo? “Il razzismo è dappertutto. E anche noi ahimè ci siamo scoperti razzisti perché abbiamo sempre paura di perdere qualcosa. Meno male invece che arriva qualcuno di nuovo che rende anche esteticamente più bello lo scenario italiano, più misto e meno pallido, meno vecchio. i ragazzi della bottega d’arte dell’artista sono andati in giro facendo ritratti che potete trovare su questo sito razzaumana.it

19/07/2009

GLI ITALIANI SONO RAZZISTI? FORSE NO, FORSE SI

di Cleophas Adrien Dioma

Negro, nero, ragazzo di colore. Parole. Mi piacciono molto le parole. Perché vogliono dire tutto e qualche volta niente. Perché partono dalle nostre teste e finiscono nelle teste di altre persone. Perché ci definiscono e ci permettono di capire o forse di non capire certe cose. Perché ci permettono qualche volta di comunicare. Sono quasi undici anni che sono in Italia e mi rendo conto che la parola sia importante. Parlare con la gente, ascoltare, leggere testi, giornali, libri. Porsi delle domande. Vivere la quotidianità. In questi undici anni non ho mai vissuto veramente episodi di razzismo. Qualche momento particolare anche un po´ difficile. Tensioni. Razzismo, mai. Non mi sono mai posto la domanda se l´Italia era legata alla parola razzismo. Se l´Italia era un paese razzista. C´erano, ci sono delle persone razziste. Delle persone che non vogliono accettare l´esistenza e la presenza di persone altre. Di persone diverse. Ma cosa normale, vero? Forse anche giusta. Sarebbe bello trovare un paese perfetto, con della gente perfetta, tranquilla, felice, non razzista. Ma i paesi sono per fortuna fatti di persone, uomini, donne, persone che scelgono da che parte stare. Con chi stare e con chi parlare. Persone che decidono di accogliere o di rifiutare. Poi ogni tanto anch´io mi sono comportato da razzista. Ho rifiutato di comunicare, di parlare con certe persone. Di incontrare. Ho giudicato anche e solo sulla base di criteri che partivano dal mio punto di vista e che non avevano forse niente a che vedere con la realtà. Per fortuna sono una persona. Uso parole. Parlo. Mi sbaglio. Sono. Undici anni in Italia vivendo con la gente. Parlando. Cercando di partecipare. Di comunicare. Di essere. Io sono. In questi anni mi sono sempre posto una domanda semplice: come faccio ad essere Cleo e non legato a delle parole che per me non avevano niente a che vedere con quello che sono. Quello che pensavo di essere. Quello che volevo essere. Io. Allora davanti a parole come nero, negro o ragazzo di colore non mi offendevo ma non ero d´accordo. Non sono nero, non mi sento un negro e non so a cosa si riferisce la parola di colore. Ma per me non erano parole razziste. Era forse un tentativo di definire delle persone. Di semplificare. L´uomo ha qualche volta voglia di semplificare. Di codificare. Questo è bianco, questo è giallo, questo rosso e questo è nero. I bianchi sono veramente bianchi? I neri, neri? Guardo sempre i ragazzi cinesi che vengono nel centro aggregativo dove lavoro e cerco il colore giallo. Allora la domanda perché non possiamo lasciare la possibilità alle persone di autodefinirsi? Di dire io mi sento blu. Si sono blu. Tutta questa divagazione per portare ad un fatto che mi è capito da poco e che mi ha fatto riflettere. Ero sulla strada che si chiama Repubblica. Sulla mia bici. Alla rotonda aspetto che passano le macchine prima di attraversare la strada. Quando si libera comincio l´attraversamento non rendendomi conto dell´arrivo di una persona in motorino. Per un pelo non mi ha preso. Pedalando veloce sono riuscito ad arrivare dall´altra parte della strada. Arrivato, sento dietro questa parola  ad alta voce: “negro”. Mi giro e vedo questa persona, sul suo motorino che stava per ammazzarmi gridare questa parola e non fermarsi, non guardarmi. Cosi. Negro. Era difficile per me in quel momento pensare che era solo una parola. Una parola buttata cosi. Senza senso, senza ragione. No, mi sono posto questa domanda: cos´è cambiato? Io, la mia percezione della realtà italiana o l´Italia. Forse sono cambiato, forse la situazione di tutti giorni mi porta a vedere le cose diversamente. Ad essere meno tollerante. Più sofferente. Forse ho l´impressione di avere dato abbastanza a questo paese per meritarmi certi trattamenti. Forse non sento neanche più il desiderio di lottare per entrare nei meccanismi di una città, di un paese che fa di tutto per rifiutarmi. Forse sono stanco di essere un eterno “straniero” malgrado tutto il tempo passato qui. E poi credo che sia cambiata l´Italia. La mia Italia è meno tollerante. Meno accogliente. Più aggressiva nei confronti degli altri, dei diversi. E credo che dobbiamo iniziare a lavorare sulle parole. Sul senso che diamo alle parole. Su come viviamo la parola. Ho dunque deciso di offendermi quando mi chiamano nero, negro o ragazzo di colore. Quando dicono che sono straniero, quando mi chiamano extracomunitario. Otto anni fa, quando sono tornato in Burkina Faso, mio padre mi aveva chiesto se gli italiani erano razzisti. Ho risposto, no. Qualche problema c’era, razzismo no. Adesso se me lo dovesse chiedere ancora, non saprei cosa rispondere.

01/07/2009

Razzismo democratico

RazzismoDemocratico

La persecuzione degli stranieri in Europa

di Salvatore Palidda (a c. di)

La persecuzione del nemico di turno è un fatto politico totale: assicura consensi e business, è il crime deal del XXI secolo.

A trent’anni dall’inizio della rivoluzione liberista riemergono pratiche e discorsi analoghi a quelli adottati nei secoli scorsi nei confronti dei popoli colonizzati e dei lavoratori che osavano cercare di emanciparsi. Come negli Stati Uniti, anche nei paesi europei il crime deal è ormai una realtà le cui ricadute sociali sembrano ancora sconosciute.
I testi qui raccolti, realizzati dai ricercatori europei del progetto Crimprev, studiano il processo di criminalizzazione su migranti, zingari e marginali autoctoni, la “tolleranza zero” e l’esasperazione delle paure e delle insicurezze. Attraverso un’analisi critica dei dati statistici, tutto ciò è interpretato come un’efficace risorsa politica ed economica del potere neoconservatore.

Contributi di Marcelo F. Aebi, Hans-Joerg Albrecht, Edoardo Bazzaco, Mary Bosworth, José Ángel Brandariz García, Alessandro De Giorgi, Nathalie Delgrande, Cristina Fernández Bessa, Mhairi Guild, Bernard E. Harcourt, Yasha Maccanico, Marcello Maneri, Laurent Mucchielli, Sophie Nevanen, Salvatore Palidda, Gabriella Petti, Nando Sigona, Jérôme Valluy, Fulvio Vassallo Paleologo, Tommaso Vitale.
Progetto Crimprev: Assessing Deviance, Crime and Prevention in Europe

Salvatore Palidda insegna sociologia presso l’Università di Genova. Fra le sue principali pubblicazioni: Mobilità umane (Cortina, 2008), Polizia postmoderna (Feltrinelli, 2000).

25/06/2009

“Il razzismo è un boomerang, prima o poi ti ritorna”. campagna ARCI contro tutte le discriminazioni

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Il razzismo, le tante modalità in cui si manifesta, rappresentano un pericolo non solo per chi direttamente ne subisce le conseguenze, ma per la democrazia di un paese, perché solo difendendo i diritti di tutti è possibile garantire i diritti di ognuno. Per questo lo definiamo un boomerang, i cui drammatici effetti sono destinati prima o poi a colpire anche chi lo ha promosso e praticato.
Questa è la convinzione che sta alla base della Campagna che l’Arci promuove e che presenterà alla stampa mercoledì 24 giugno alla Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati.

Si tratta di un’ulteriore tappa dell’impegno dell’associazione contro ogni forma di discriminazione, per cercare di contrastare una deriva culturale preoccupante, un imbarbarimento delle relazioni sociali che porta sempre più a chiudersi nel proprio microcosmo e a vedere nell’altro, nel diverso, il nemico da cui difendersi.

A questo degrado ha sicuramente contribuito una legislazione repressiva e persecutoria, come il disegno di legge sulla sicurezza in discussione in questi giorni al Senato. Un provvedimento razzista, che distrugge il principio dell’universalità dei diritti, non più esigibili da ogni persona, ma solo da alcune “categorie” che rispondano a determinati requisiti. Nello stesso Paese, un pezzo di umanità è meno uguale, esclusa dalle garanzie dello stato di diritto e dai benefici di quel che resta del welfare.

Strumento comunicativo principale della campagna sarà un manifesto, che verrà affisso in tutta Italia e alla cui realizzazione hanno contribuito una coppia di pubblicitari, il fotografo Marco Delogu e i deputati Anna Paola Concia e Jean Leonard Touadì che ringraziamo.
Tutti hanno prestato gratuitamente il proprio contributo alla causa antirazzista.

Alla conferenza stampa, coordinata dal giornalista Giovanni Anversa, parteciperanno Paolo Beni, presidente nazionale Arci, Aurelio Mancuso, presidente nazionale Arcigay, Filippo Miraglia, responsabile immigrazione Arci e gli onorevoli Concia e Touadì.

26/05/2009

Roma. 28-29-30 Maggio – Contro il G8 su immigrazione e sicurezza

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Intolleranti al razzismo
Per abbattere muri e frontiere.
Per una cittadinanza globale

Nabruka Mimuni, questo è il nome della donna che si è tolta la vita nella notte tra il 6 e il 7 maggio nel lager di Ponte Galeria, alle porte di Roma. 227, le persone delle quali non conosciamo il nome né la sorte respinte verso la Libia nella stessa notte, inaugurando la linea dura del ministro Maroni sui respingimenti in mare. Inutile parlare di diritti umani inviolabili, illusorio appellarsi a una qualche convenzione internazionale, insufficiente erigersi a difesa della Costituzione italiana.

Classi separate, autobus separati, medici spia, presidi spia, reato di clandestinità, sindaci sceriffo, “sicurezza partecipata”, esercito nelle strade, militarismo civico, checkpoint metropolitani: il mondo intorno a noi sembra evolversi rapidamente in un’escalation di razzismo e violenza istituzionale che mirano a stringere tutte e tutti noi nella morsa della paura, dello sfruttamento e del controllo. Il governo blinda il pacchetto sicurezza. Berlusconi non vuole un’Italia multietnica e lo spettro dell’apartheid si fa realtà.

Le politiche razziste e securitarie sono pratiche di governo nella crisi economica. In assenza di politiche anticrisi l’unica risposta è la sicurezza che si traduce nella riduzione di libertà e diritti. Come fermare altrimenti le resistenze se non ingabbiando (preventivamente) la società, producendo separazione e odio razziale? Queste misure colpiscono in particolare i/le migranti ma riguardano tutt* e puntano a dividere e a rompere i rapporti di solidarietà tra le persone, alimentando la paura e rendendo tutt* più ricattabili.

Ma il futuro non è scritto. Le rivolte nei centri di detenzione per migranti (CIE), da Lampedusa a Torino, da Milano a Ponte Galeria, accendono un fuoco di speranza e libertà.
Le voci e le mobilitazioni contro il pacchetto sicurezza gridano che sono molt* a sfidare la paura.
Le lotte sociali non si fermano, anzi si moltiplicano.

È urgente nelle prossime settimane moltiplicare azioni e manifestazioni per rendere visibile l’indignazione e la rabbia nei confronti di un governo sempre più razzista.
Il 23 maggio a Milano ci sarà un’importante manifestazione nazionale della campagna “Da che parte stare”, contro la crisi, contro il razzismo e per i diritti dei migranti.

Tra il 28 e il 30 maggio si terrà a Roma il G8 dei ministri della giustizia e degli interni, che discuteranno di sicurezza, crisi e immigrazione. A presiederlo sarà il ministro razzista Roberto Maroni. Saranno in 8, solo in 8. Vorrebbero gestire la crisi sulla nostra pelle, laddove la politica economica non offre soluzioni, laddove il capitalismo traballa, laddove la crisi è globale e non conosce frontiere, la loro risposta è approfondire le differenze, contenere chi si ribella e chi lotta per la propria dignità.

E’ arrivato il momento di far convergere le nostre lotte, le lotte dei migranti, degli studenti, di lavoratori e lavoratrici precar* che si ribellano a un mondo fatto di sbarramenti e frontiere, di muri e razzismo feroce. Queste lotte stanno costruendo una rete di resistenze alla crisi, al pacchetto sicurezza e al G8 di fine maggio, che intende ratificare provvedimenti già operativi da tempo. Sui nostri corpi, sulle nostre vite, contro i nostri diritti.

Per questo facciamo appello a costruire una settimana di mobilitazioni che dal 23 maggio a Milano passi per due giornate di azione decentrata il 28 e 29 maggio e per la manifestazione globale di Roma del 30 maggio.

Per contestare le politiche razziste e liberticide del governo del mondo, laddove il razzismo non guarda solo al colore della pelle, ma vuole colpire trasversalmente tutt* coloro che reclamano diritti, reddito, casa, cittadinanza, libertà di movimento.

Contro il pacchetto sicurezza e le leggi razziste
Per la chiusura dei CIE in Italia, in Europa e in tutto il mediterraneo
L’unica sicurezza che vogliamo è la libertà
Contro frontiere e muri, per la libertà di movimento
Siamo tutt* clandestin*, la cittadinanza che vogliamo è globale

Domenica 17 maggio, ore 17,00 al Volturno, via Volturno, Roma.
Assemblea pubblica – cittadina – globale.

Giovedì 28 e Venerdì 29, Giornate di azioni decentrate.

Sabato 30, Manifestazione globale contro il G8, Roma
Verso la mobilitazione contro il g8 di luglio. Noi la crisi non la paghiamo!

Rete noG8 – Roma

Foto di monte alessandro

25/05/2009

Treviso – I migranti protestano. Il Questore minaccia la revoca dei permessi di soggiorno

Libertà di movimento e leggi sull’immigrazione. La maglia stretta dei diritti e delle libertà

Meltingpot.org

Non è sufficiente il pacchetto sicurezza, un giro di vite senza precedenti sulla pelle dei migranti.

Il 19 maggio a Roma si è riunita la Commissione Nazionale Asilo convocata per l’avvio del procedimento di revoca dello status di rifugiati contro i migranti che nelle scorse settimane hanno dato vita alle mobilitazioni nella metropoli milanese. L’esito del procedimento sarà reso noto tra circa un mese.

A Treviso il Questore della città simbolo delle nefandezze della Lega Nord ha annunciato che contro i manifestanti che hanno preso parte al corteo dello scorso sabato 16 maggio verrà valutata l’ipotesi di revoca del permesso di soggiorno.

La normativa sull’immigrazione, il razzismo, sono fatti di estrema attualità in questo paese, sotto i riflettori internazionali per la violazione delle leggi internazionali in materia di asilo, respingimenti, ma anche per un diffuso razzismo che, dentro la crisi e grazie alle tensioni tutte interne al corpo sociale, è diventato il cavallo di battaglia del Carroccio che si è fatto Stato.
In ballo non c’è semplicemente la vita e la dignità dei migranti, ma la possibilità del dissenso, le libertà di noi tutti.
Non a caso nel pacchetto sicurezza non sono contenute solo norme contro i migranti ma anche una serie di disposizioni che trasformano in questioni penali comportamenti diffusi di ribellione, di conflittualità, che parlano con arroganza ed una spietata lungimiranza ai possibili scenari di conflitto aperti dalla crisi.

Non solo leggi ingiuste quindi, ma anche e soprattutto controllo sui corpi, sulle menti, minaccia, delazione diffusa, attacchi alle possibilità del dissenso.

A Treviso il Questore ha notificato per il prossimo venerdì 22 maggio un invito a comparire ad uno dei migranti protagonista delle mobilitazioni dello scorso sabato. Altri 100 sono indagati.

In questo scenario un ruolo decisivo è stato giocato dal sindacato confederale, la CGIL locale che dopo le proposte di rimpatrio degli operai della De Longhi licenziati e di sospensione del decreto flussi, nella giornata di sabato ha diretto le operazioni della Questura contro il corteo convocato dall’Adl Cobas e delle reti migranti di Treviso.

La ricostruzione dei fatti
Sabato 16 maggio 2009, alle ore 15, è convocato dall’Adl Cobas di Treviso un appuntamento in stazione per un presidio contro la crisi ed il razzismo che voleva raggiungere Piazza Vittoria. Dopo le resistenze della Questura, su pressione della Cgil. è stata concessa l’autorizzazione al presidio/corteo.
Durante il percorso della manifestazione composta da oltre 300 migranti, uno sbarramento della Polizia, all’altezza di Ponte San Martino, imponeva la volontà della Cgil di far passare solamente un migrante scortato per intervenire dal palco della piazza.
Cariche e manganellate hanno provocato il ferimento di diversi migranti attaccati mentre, a gran voce, rivendicavano il diritto a manifestare liberamente.
Sempre su ordine della Cgil, in questo caso del segretario Barbiero (“lasciateli passare” ha ordinato agli agenti), la Polizia, dopo aver caricato più volte, ha fatto avanzare il corteo.
Arrivati nella piazza del palco i migranti hanno improvvisato una assemblea per discutere delle cariche subite ed è iniziata una contestazione al sindacato confederale che ha preferito abbandonare la piazza ed annullare il comizio.
- La cronaca della giornata
- Il comunicato dell’Adl Cobas sulla giornata

Nei giorni seguenti il Questore Damiano ha annunciato la convocazione dei migranti in corteo per valutare la revoca del permesso di soggiorno, per manifestazione non autorizzata.
- le dichiarazioni del Questore di Treviso

Non è il caso comunque del corteo di sabato che aveva ogni autorizzazione da parte della Questura.
- La ricostruzione dei fatti

Ricordiamo che la legislazione in vigore non prevede la revoca del permesso di soggiorno se non in casi specifici tra i quali non è menzionata la manifestazione non autorizzata.

Non si tratta più di una questione di polemica, anche dura, con i sindacati confederali o tra gruppi diversi: si tratta della messa in discussione di un fondamento della democrazia, il diritto a manifestare. I cittadini migranti devono poter esercitare i loro diritti in modo libero, aperto e democratico. Il Questore, nella città di Gentilini, ha alzato il tiro con una minaccia di tipo autoritario, in un momento in cui, con la crisi mondiale, tutto fa prevedere che le manifestazioni e le proteste saranno destinate ad aumentare.
Crediamo che una società minimamente democratica debba saper respingere queste provocazioni autoritarie ed antidemocratiche.

Ci appelliamo a tutti affinché prendano posizione per ribadire il diritto alla libertà di manifestazione del proprio pensiero e per respingere questa provocazione – ha dichiarato Sergio Zulian dell’ADL Cobas Treviso.

21/05/2009

Il coraggio dimenticato

Il valore degli africani e la speculazione delle mafie italiane nel mondo.

di Roberto Saviano

Chi racconta che l’arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica. Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull’onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti.

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