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È ormai trascorso più di un anno da quando, con amara ironia, pubblicavamo un articolo intitolato: “Permesso di soggiorno a punti: proposte leghiste per un razzismo creativo”. Avevamo sperato che almeno questa parte del pacchetto sicurezza entrato in vigore nel 2009 fosse stata dimenticata.
Invece no, la Lega non si concede distrazioni quando si tratta di rendere difficoltosa l’esistenza di chi non è italiano di origine, e di alimentare l’aria di apartheid che tira ormai da anni in questo paese. C’era da aspettarsi, effettivamente, che questo Governo, a corto di idee e di capacità di impegnarsi rispetto ai problemi reali di un paese in grande difficoltà economica e sociale, rispolverasse e rendesse attuative queste disposizioni a poche settimane dai fatti di Rosarno e mentre in tutta Italia fervono i preparativi per il primo marzo, “Un giorno senza di noi”.
In cosa consisterà la nuova corsa a ostacoli che si abbatterà sui cittadini di origine straniera verrà definito nei dettagli quando il Consiglio dei Ministri voterà il testo presentato da Maroni e Sacconi, ma i principi ispiratori e i nodi principali sono già stati fissati con sufficiente chiarezza.
Dopo due anni dal suo ingresso in Italia, il cittadino di origine straniere dovrà dare prova della sua avvenuta “intergrazione” attraverso un esame di lingua, una prova di educazione civica (conoscenza della costituzione), la dimostrazione della regolare iscrizione dei figli a scuola, l’esposizione di una fedina penale pulita e persino la mancanza di reati amministrativi particolarmente gravi.
Rispetto alla lingua nazionale è alquanto surreale che proprio il partito che fonda le sue radici sulla teoria della secessione dall’Italia ne faccia requisito primo di permanenza sul territorio. Sarebbe interessante verificare quanti degli elettori della Lega Nord utilizzano abitualmente la lingua italiana al livello A2 proposto come parametro dal decreto, invece che il dialetto stretto delle loro Regioni.
Per quanto riguarda la conoscenza della Costituzione non occorre nemmeno ricordare quanto poco essa venga insegnata nelle scuole e conosciuta dai cittadini perché basta riguardare in rete una recente puntata de “Le Iene” nella quale nessuno dei Senatori e Deputati intervistati (con criterio bipartisan) aveva la più pallida idea di quali fossero i contenuti dei primi tre articoli della Legge fondamentale dello Stato italiano. E cosa dire dei carichi pendenti della maggior parte degli uomini di potere di questo paese?
Gli stranieri, insomma, dovrebbero adeguarsi a un modello di cittadino italiano che non esiste, dovrebbero diventare “più italiani degli italiani”, e dimostrare così la loro sincera voglia di sottomettersi alle regole imposte (solo a loro) dalla società in cui si sono ritrovati a vivere. Non bastava accettare la dequalificazione lavorativa e lo sfruttamento, restare quasi sempre in silenzio rispetto agli insulti e alle violenze, accettare l’esclusione dalla maggior parte dei diritti previsti per i vicini di casa o i colleghi italiani.
Certamente, però, non dovranno farlo a lor spese, aggiungono i Ministri che hanno già tutto predisposto: sarà lo Stato, ad esempio, a pagare i corsi di lingua. Non si sa con quali risorse. Basta fare un giro tra le stanze delle scuole di italiano tenute in piedi in tutta Italia da volontari, spesso all’interno di Centro sociali o comunità cattoliche, per capire come da anni siano questi luoghi a supplire alla mancanza totale di una voce di welfare per i migranti, a fronte di una spesa per le politiche repressive attuate nei loro confronti che viene costantemente incrementata. Sarebbe una novità, quindi, se per una volta dei soldi italiani venissero stanziati per fornire dei servizi a queste persone che nella stragrande maggioranza dei casi pagano contributi e tasse che permettono al nostro Pil di non affondare, senza mai vedersi tornare indietro il minimo vantaggio legittimo (per i migranti ad esempio, non è prevista alcuna forma di pensionamento, indipendentemente da quanti anni abbiano lavorato sul territorio italiano).
Fa rabbia, però, che la prima dichiarazione di intenti rispetto alla costruzione di un welfare che operi in questo senso parta da proposte mosse solo dalla voglia di escludere, invece che di includere o anche soltanto, per usare una parola sempre più ambigua, di “integrare”.
Necessità reali, come ad esempio quella che le madri straniere di bambini nati in Italia riescano a comunicare con i maestri di scuola o con i pediatri, vengono così strumentalizzate per lanciare l’ennesimo messaggio razzista e di “messa alla prova”, la cui volontà di base è evidentemente quella di trovare sempre nuovi modi per accentuare una separazione della popolazione necessaria, oggi più che mai, alla gestione del potere.

Alessandra Sciurba
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